domenica 19 aprile 2015
domenica 11 gennaio 2015
UNDICIGENNAIODUEMILAQUINDICI
Due anni fa - in quest'ora - con un calcio deciso m'hai detto che volevi nascere.
Abbiamo attraversato la città in un fiume di sangue, in un batter di ciglia, in un'auto piena di paura: per il mio cuore - che esplodesse in un milione di pezzi - per il tuo cuore - che in tutta quella furia di sangue smettesse di battere. Un attimo prima d'incontrarti.
In ascensore ho gridato a qualcuno: devo farla nascere, portatemi in sala. Mi hanno presa per matta.
Mezz'ora dopo - in un torrente rosso, come una fucilata - ti ho spinta nel mondo.
C'era la neve.
Tu eri piccola e bianca come un fiocco.
Piccola da stare in un palmo d'uomo. Da farti prendere il primo sonno nel cavo tiepido dell'ascella.
Dormi ancora così, talvolta. Il musetto nel mio caldo odore selvatico, le braccia al collo.
Ancora decidi per te, con un calcio. Ed io metto in guardia tutti, e sembro matta, e spingo, e ti metto nel mondo.
Mi piace da morire, questo tuo cuore fatto di coraggio e tenerezza, di caparbia e piccole cose.
Un coniglio di stoffa, una spada spuntata, mille pastelli.
Tua sorella, gli abbracci, i morsi. Quel modo che avete di assaggiarvi e fidarvi.
Quando mi metti negli occhi i tuoi occhi - color mare di grotta - e senza parlare mi dici tutto.
Quando mi prendi a schiaffi strillando.
Quando appena sveglia mi resti arrotolata sul petto come un gatto, a far finire i sogni, a far entrare il giorno.
Sei un guerriero di pietra dura, tutto luminoso dentro.
Così simile a me da durare fatica a riconoscerti, figlia. Come guardarsi in una fotografia che qualcuno ha scattato di nascosto.
Sono io.
Sei tu.
Testarda, buona, buffa, casinista, generosa, iraconda.
Buon compleanno, Anita. Figlia di sangue e neve.
Nocciolo duro di frutto acerbo.
Ridere di folletti.
Sasso di fiume.
Amore mio.
mercoledì 9 luglio 2014
CURRICULUM VITAE
(o di quando a trentanove anni riuscii finalmente a riassumermi)
Sono nata a Genova, trentanove anni fa.
Si comincia sempre così.
Mia madre si è cavata il cuore dal petto per darmi alla luce, serrata e sola
per un giorno ed una notte in uno sgabuzzino da scope – così narra la leggenda
– in un ospedale abbarbicato su uno scoglio a dritta sul mare.
In poche parole sono la protagonista indiscussa d’una vecchia canzone – tu che
sei nata dove c’è sempre il sole/ sopra uno scoglio eccetera – solo che lì
qualcuno ha sbagliato il mese.
Fatta eccezione per una certa mansuetudine iniziale,
erroneamente confusa con abulìa – eri un vaso di fiori che dove ti mettevo
stavi – sono cresciuta in beltà e virtù, secondo tutti i parametri pediatrici e
le tabelle percentili, come testimoniano centinaia di quadernetti ciancicati
dove si registra con maniacale puntualità ogni cacca, pappa e pesata del mio
glorioso esordio nel mondo.
Pare che la prima e principale attività cui mi sia dedicata – appena acquisita
una pur goffa deambulazione ed un vago accenno di coscienza – sia stata quella
di disegnare. Il destino abita i nostri primi anni, li colonizza, e non li
molla più.
Disegnare in maniera forsennata, con ogni mezzo e su ogni
superficie, dimostrando fin da subito abilità prossime all’eccellenza – tanto
da suscitare le grida al miracolo da parte delle suorine dell’asilo. Monache
benedette che mi cavarono d’impaccio ben più d’una volta – un tubetto di
Paperino’s alla fragola ingurgitato per intero, nascosta nell’armadietto dei
cappotti – ma che su consiglio della squinternata nonna materna, presi a
chiamare con appellativi tanto scandalosi da risultare irripetibili. Se penso
al tracollo mistico che ti colse negli ultimi anni – nonnina – non mi par vero
che, allora, tu fossi tanto illuminata.
La prima infanzia è dunque riassumibile in queste poche
parole: contusioni multiple a causa di un’irreparabile incapacità nel gestire
il mio corpo nello spazio, attitudine ad ingoiare sostanze non commestibili e/o
dannose e/o letali, inclinazione al volo di fantasia e alla sua riproduzione
istantanea su carta e/o muro e/o parti del corpo.
La mia posizione nell’ambito familiare cambia
drasticamente con l’avvento di mio fratello: gioiosa palla di lardo allietata
da enormi occhi verdi (gli occhi della mia famiglia tendono ad essere di un
buon 50% fuori taglia rispetto alla media mondiale), nove anni in meno e nove
chili in più fin dalla nascita, cattivissimo, incazzato, dotato di una
dentatura aggressiva e canina. Ben lungi dalla presunta abulìa della
sottoscritta - bensì dotato di una tormentosa vitalità aliena - torna nella
memoria come un troll biondo di due mele o poco più, infagottato nei miei dismessi babydoll hippie, spesso usato come fermaporte nei giorni di maestrale.
I primi impieghi nel contesto familiare variano dai più comuni affaccendamenti intorno
alla naturale entropia di oggetti e piatti e giocattoli, al pigiare l’uva con i
piedi e ubriacarmi con il mosto (prima sbronza a sette anni: il destino abita i
nostri primi anni, li colonizza, e blablabla), a staccare a testate i denti di
mio fratello dalla spalla di qualche ospite, fino a compiti di maggiore
responsabilità come scrivere la sceneggiatura della recita di natale, primo
passo verso una brillante carriera di temi in classe tuttora incorniciati e lustri
in casa della centenaria adorante maestra Bice.
Ci fu un certo tempo buio – così come in ogni storia che si
rispetti – in perfetta corrispondenza con l’ingresso alle scuole medie, trauma
triennale da cui non mi sono mai ripresa del tutto. Innanzitutto la repentina
messa al bando dei miei codini con le ciliegie intorno, degli acquarelli tutti
arcobaleno e farfalle e mammapapà, della fetta di torta fatta in casa – a
favore di nuovi guazzabugli estetici (quanta oscenità hanno concepito gli anni
80, medioevo della moda), diari gonfi come hamburger fitti di uniposca e
adesivi di cioè, sacchettoni di patatine deliziose dove infilare il braccio e
cavare con orrore e gioia un litro di unto e una manina appiccicosa da tirare
sul muro.
In seconda battuta l’impeto ormonale al suo esordio, croce e
delizia d’ogni adolescente, stato confusionale capace di cucinarti a fuoco
lento in un rimestare orrendo di sudori, brufoli e languori, fino al gran
finale – l’apocalisse annunciato, il grande boh, l’evento più atteso e temuto –
il terribilissimo menarca. Che detto così pare una farfalla di graziosi colori,
lo diresti qualcosa di lieve e gioioso, quando invece costituisce l’inizio d’un
calvario lungo una vita: il primo stillare di litri e litri di sangue perduto
per sempre nelle mutande, l’assurda progettazione fallata d’un mancato
concepimento: era necessario liquidare l’ovetto in disuso portandosi appresso
anche tutta la tappezzeria? Ogni mese? Pare di sì.
Ma questa faccenda, quella prima notte in cui godi del
pannolone alto come un bestseller che tua madre ti ha messo con rituale
commossa complicità, questa atroce verità nemmeno la immagini.
Sei femmina. Sei profondamente femmina. Sei una donna. Il
fatto che questo sia per molti versi un limite non ti sfiora nemmeno
lontanamente.
La situazione migliora nettamente appena varcato il portone
del liceo. Fatto un rapido calcolo delle doti in mio possesso, vengo spedita al
classico. Piccola città, piano sopra dell’asilo: non più suore, ma distinti
rappresentanti di comunione&liberazione, capitanati da un prete segaligno e
rigido come un bastone da tende, capace di rivolgerti ringhi sommessi e
rifilarti voti più bassi se non presenzi alla messa mattutina. Io non
presenziavo. E avevo voti bassi nella sua materia.
Non me n’è mai fregato niente, scrivevo temi di tale bellezza
da persuadere l’intero corpo docenti, a botte di 10 e lode in italiano, della
mia validità di studente. Il fatto che oggi abbia tre blog su cui vomitare
parole a periodi alterni – tolto che nessuno sa dirmi se sia una sindrome da
cui si guarisce, o se continuerò a scrivere al vento fino alle soglie della
cataratta – discende direttamente da lì: scrivi meravigliosamente, disegni
meravigliosamente, e blablabla. Per vent’anni di scuole, quali che fossero.
E’
il sistema scolastico, che mi ha rovinata.
A sedici anni, poi, SBAMM. Papà che entra in casa, una bella
sera di primavera, e dice: saluta tutto, ragazzina. Dì ciao ciao alla tua
scuola, ai tuoi amici, al tuo primo fidanzato, ai boy scout, al mare. Metti un
bel cerotto lì dove fa male, prepara la valigia con dentro tutta la tua vita,
ce ne andiamo a Milano.
Tutti? Tutti.
Ora.
Il cerotto – com’è ovvio, com’è nella natura di tutti i
cerotti, figuriamoci uno messo sul cuore con tutto quel battere e levare – se
n’è venuto via che nemmeno ero arrivata a Pavia.
Io ho preso a sanguinare come un maiale appeso, indecentemente e senza ritegno,
e sono andata avanti a farlo per un anno intero. Seduta su un bus lercio
diretto a un nuovo liceo senza preti ma zeppo di marziani, umani evoluti in
forme a me sconosciute, dotati di un linguaggio incomprensibile e di grosse
canne caricate a erba e di istinti sessuali ben differenti rispetto alla
limonata in riva al mare – nascosti protetti dalla schiena rovesciata d’una
barca – che praticavo teneramente con quel fidanzato che ciao ciao.
Sangue e lacrime, a secchiate. Per un anno.
Mi alzavo il mattino, realizzavo che non fosse un brutto
sogno, e annusavo l’aria intorno a me per cercare il mare. Che non c’era. Che
non c’è.
Come un punto cardinale perduto, roba da smarrirsi ogni momento, da sentirsi
soli come cani in tangenziale.
Un anno.
Poi – una bella sera di primavera – entro in casa e strillo: sai che c’è,
giacché son qui – giacché mi ci avete portato con la scusa d’un cerotto che non
valeva un cazzo – io mollo tutto e ricomincio.
Okay, dicono. Che altro potevano dire. Al mucchio d’ossa e fatica che ero.
In due anni, disegnando e fumando ininterrottamente come un impressionista
suicida, ho messo in tasca il diploma artistico. Ho comprato una vespetta
bianca con la predisposizione alle multe già nel numero di telaio, ho mandato a
fanculo i bus lerci e le mani lerce e i pensieri lerci, e me ne sono andata a
Brera. Scoppiettando e fumando come un caminetto acceso.
C’è sempre un punto – una riga – in ogni curriculum che si
rispetti, dove gli eventi prendono improvvisamente a scapicollare con rapidità,
si ammucchiano l’uno addosso all’altro, si tamponano allegramente per dar luogo
ad accrocchi improvvisati di quasi felicità. A vent’anni, io ero questo.
Un incidente di palline da flipper, di bocce, di aquiloni in cielo.
Che un mattino mi sono alzata – nel caos primordiale d’una stanzetta odorosa di
vernice ad olio e gauloises e sandali vecchi – e non ho più pensato a che
brutto sogno stessi sognando. Non ho cercato il mare, solo mi sono ricordata
che no, non era lì. Ho guardato intorno
– dio, il cazzo di casino che c’era in quella camera – e ho trovato
tracce di buono dappertutto.
Amici. Gli stessi che ho intorno adesso, alcuni andati, altri persi nell’eco
d’un comprensibile vaffanculo.
Amore. Lo stesso che ho adesso.
Vent’anni a prendersi e sparire e tornare e abbandonarsi e rincorrersi e
mandarsi al diavolo, finché un giorno non l’ho sposato. E abbiamo continuato a
prenderci e sparire e tornare e abbandonarci e rincorrerci e mandarci al
diavolo, ma lo facciamo con un anello al dito, una casa intorno, molta vita
addosso, qualche ruga in più ed un paio di figlie.
Lavoro. Lo stesso che ho adesso. Quello che risponde
suppergiù alla domanda: cosa vuoi fare da grande? Qualcosa che suona come
giocare.
Mi sono impiegata come titolare unica di me stessa – come unico titolo quello
che le mie mani sanno fare quando s’inchinano al cervello – nel settore
inesistente e tangibilissimo delle faccende d’arte e spettacolo. Da subito, dal
primo passo fuori dal portone con una laurea stupida sotto braccio, mi sono
acquattata tra le assi d’un palco, e ho cominciato a guardare, e poi fare.
Prima guardare, poi fare. E ho fatto di tutto.
Dice mio padre: se penso a te, t’immagino che t’infili in qualche buco
sotterraneo e ne esci carica di roba improbabile, sempre diversa, con cui farai
qualcosa d’immaginifico.
E così ho dipinto elmi di cuoio e corazze di stagno, ho cucito per chilometri
di dita bucherellate – fino a decidere che ci sarebbe sempre stato chi avrebbe
cucito per me – ho disegnato eserciti di cantanti e attori e cialtroni in
costumi d’ogni età – ho impastato tonnellate di cartapesta e incollato ettari
di velina e pasticciato con le resine il silicone lo smalto la gomma, ho
vissuto su una graticcia per un tempo complessivo che è già una vita, ho
costruito totem di immondizia e giganti di cartone e scenografie di stoffa e
legno, sono stata seduta sulla scaletta di un camper a fumare per un totale di
seicentoventinove sigarette, ho raccattato stivali da corazziere e vesti da
regina e stracci da contadini e cappelli ed elmi e caschi d’astronauta e gonne
di crinolina e piume e occhiali e tutù e ancora vasellame secchi scope poltrone
lampade jukebox.
Ho lavorato con tantissimi soldi e con pochissimi soldi. Per
tantissimi soldi e per nulla. Ho incontrato persone meravigliose, e vere e
proprie merde. Le prime, sono diventate parte della mia vita, e non c’è aiuto o
favore che negherei loro nemmeno se mi costasse tre notti di sonno. Le seconde,
misericordiosamente, le ho scartate e superate senza schiacciarle. Mica vero,
che porta fortuna. Lasciarle lì, che si secchino al sole. Sole.
Poco tempo fa mi hanno intervistata. M’è scappato detto che
mi sono sempre vista come un funambolo. Il difficile non è mantenere
l’equilibrio, ché io sul quel filo ci son nata. Il vero casino è non scendere
mai, nemmeno per un istante, dalla quota a cui la tua vita ti ha portata. Quale
che sia la forza del vento e l’impeto degli elementi e il numero di stronzi da
tollerare. Non scendere mai, dal filo dell’immaginazione. Dal giro di vento di
te.
Ecco fatto.
Così sono qui, titolare unica di un’azienda che prevede
cinquantaquattro mansioni differenti, tanto che all’ennesimo tentativo di
comporre un biglietto da visita credibile – che non fosse ripiegabile come
certi depliant da pizzeria o centro estetico – ho riassunto il pandemonio di
cose che faccio in una sola parola: troublemaker. Casinista.
Se ci fosse la voce varie ed eventuali – a questo punto – dovrei scrivere che
ho recitato per cinque anni, ho fatto qualche tournée con il Westfalia bicolore
e la scenografia piegata nel bagagliaio, sono stata Elettra e Mirandolina, ho
cantato e suonato la chitarra in un paio di gruppi rock, ho partecipato a una
manciata di collettive di pittura, ho insegnato a fare quello che faccio in una
scuola che non avrei mai fatto, ho scritto due libri che abitano in formato a4
nel secondo cassetto del comò, ho registrato la mia voce su un pandemonio di
trasmissioni e ciddì e divudì e segreterie telefoniche. Tipo che domani chiami
un amico, e ti rispondo io.
Dovrei scrivere di questo, ma poi fa quell’effetto brutto che si finisce per
pensare: vabè, ma non puoi mica far tutto, tu. Infatti, no. Casinista, ma con
onesti paletti a limitare l’esondazione.
C’è ancora un punto, di una certa rilevanza.
Sono stata impiegata quattro o cinque anni nella premiata ditta fabbricazione
bambini.
Impresa non semplice, oltre le normali aspettative. Un
compito inizialmente preso con una certa leggerezza, vista la prospettiva di
lavorare ad una serie di tentativi notoriamente gradevoli, e complicatosi nel
giro di un amen. Prima di rassegnarmi all’amen, però, ho ricoperto tutti i
ruoli in tutti i reparti dello scibile ginecologico, ho fatto della mia pancia
un tempio in costruzione, la sagrada familia della forza di volontà, la
concretizzazione ormonale dell’umana ostinazione.
Ad oggi, un paio di risultati di eccellenza indiscutibile – non sono disposta a
trovare appellativi differenti – mi confermano che su quell’amen ho sparato una
bomboletta intera di spray blu, e che mi sento in pieno diritto di ricoprire il
ruolo più alto possibile all’interno della suddetta premiata ditta, una roba
tipo amministratore unico del mio apparato riproduttivo.
E posso anche pensare
di tollerare quella faccenda delle uova smesse e della tappezzeria, se – a
conti fatti – serve ad avere intorno due figlie come le mie.
Perché due figlie come le mie, cronologicamente in fondo al curriculum, danno
significato a tutto il resto.
Perché prima di oggi riassumere la mia vita
sarebbe stato impossibile, un guazzabuglio senza filo.
Trentanove anni in due
pagine. Hai visto? Che ci vuole?
L’altro giorno una di loro mi ha chiesto: qual era, mamma, il tuo sogno più grande da bambina?
L’altro giorno una di loro mi ha chiesto: qual era, mamma, il tuo sogno più grande da bambina?
Io le ho risposto: tu.
martedì 27 maggio 2014
VENTISETTEMAGGIODUEMILASEI
Guarda quel gabbiano. Lo vedi? Attraversare quello sputo di
cielo e finire via, dietro lo spigolo secco nero di un palazzo.
Che cazzo ci
fa, un gabbiano a Milano? Se il primo mare è a due ore di curve.
Che ci faccio io, per le stesse ragioni.
Guarda me. Mi vedi? Che attraverso la mia giornata come
un’escavatrice, un bisonte, un risciò carico di pane.
Ho movimenti così rapidi
che non ho più una foto che mi ritragga a fuoco.
Eppure, sono qui.
Vent’anni di radici, per quanto le neghi, cominciano ad
essere un bel sprofondare in terra. Un bel stare sotto il cielo. Questo cielo
misero, di fumi, di luci sbagliate, di qualche tramonto.
Pensavo.
Dal primo giorno a perdermi su un tram, a piangere
al telefono seduta su un marciapiede sporco, una sola cosa è rimasta identica:
tu.
Da sotto le zampe impolverate del bisonte, di quanta strada ho sollevato e
rivoltato e fatto a brandelli, l’unica cosa che si salva - impolverata
rivoltata e a brandelli – sono io. Sei tu.
Abbiamo piantato su questa terra due figlie – esagerate, immense, perfette.
Abbiamo colorato una grande casa, e messo ritagli di foto al
muro, lenzuola negli armadi e brocche e tazze e molti libri, tracce di tutto
quello che passa, di tutto il poco che siamo, del pandemonio di umanità che ci
è caduto addosso.
Ci siamo lanciati un milione di spade.
Spade di carta, spade di sposi, povere armi sfinite.
Ma è una ben misera guerra, amore, quella che nasce dalla
stanchezza.
Non ha soldati a sufficienza per farsi forte, e se dura – quando
dura – è solo per stupidità.
Noi siamo due grandi teste di cazzo, due lembi induriti
d’uno stesso orgoglio, ma stupidi no - non lo siamo stati mai.
Così, pensavo.
Invocare tutto il nostro coraggio, tenerlo stretto tra i denti, e non pensare
nemmeno per un istante di non farcela.
Questo, io e te, s’è fatto negli anni.
In questi anni che dire matrimonio è talmente un limite da venir voglia di
cambiargli il nome. In questi anni a cavalcioni del tempo, senza tempo badare,
senza voltarsi, senza dormire, senza tirare il fiato mai.
Guarda noi due. Ci vedi? Attraversare gli anni come il volo
perso di quel gabbiano – dai sedili sghembi di una vecchia cinquecento bianca –
cento rughe dopo – seduti su una spiaggia con lei, e poi lei, e duemila formine
sporche di sabbia.
Mai ci siamo detti, mai mi hai detto: hai mai pensato che non ce l’avremmo
fatta?
Ti rispondo ora: sì.
E mi sono figurata persa e sola.
Ci ho visti persi e insieme e soli e lontani,
finire via. Dietro lo spigolo secco nero di un palazzo.
Non c’è nessuna possibilità che attraversare la vita così – come abbiamo fatto
tu ed io – con l’enormità di amore che ci è costato stare dritti nella tempesta
– non c’è nessuna possibilità che ci abbia resi un uomo e una donna peggiori.
Le otto mani che stringiamo adesso – nessuna, nessuna possibilità – sono tutto ciò che
abbiamo sempre desiderato. Stretto tra i denti, sotto le unghie, dentro lo
stomaco, dietro gli occhi.
Non c’è nessuna possibilità che questo non ci abbia resi migliori.
Quindi, ecco.
Deponi la spada, tu che la nascondi dietro la schiena e la mostri solo alla
faccia buia della mia stanchezza.
Depongo la mia, che brandisco come un videogioco impazzito, incurante di chi la
veda, di chi mi giudichi, di te che guardi.
Prendi queste mani, prendile tutte otto, e stringi più che puoi.
Voglio solo che tu lo sappia.
Che a me basta questo.
Mi basta fare colazione con te.
Ritagliare una foto nuova.
Sapere che la guarderai.
Sapere che lo sai.
venerdì 23 maggio 2014
CECI N'EST PAS LA VIE
Si
faceva chiamare Pellaccia.
Non
da subito. Ad un dato momento, quando decideva se ne avresti sorriso.
Il
giorno della prima lezione, un pomeriggio tiepido e lento d’ottobre, uscimmo
dalla sua aula che tremavamo come cartacce sulla strada.
Lui
portava stivali di gomma azzurri e un cappello scuro di vinile, a tesa larga.
Sarebbe piovuto presto, disse, e molto.
In
cortile il cielo inquadrettato sulle nostre teste era blu, lo ricordo bene, blu
senza una nuvola da posarci gli occhi, da fermare la fuga fonda del colore,
così saturo e denso.
Non
pioverà, pensai. Come potrebbe.
Sedemmo
in quattro o cinque sotto il portico scuro, con il naso in aria e questo
tremore nuovo addosso, come una sciarpa di lana che punge il mento. Di tutto
quello che ci era stato detto, in quell’aula, avevamo capito molto poco, ma
abbastanza da ritenerci scossi, con un certo senso di soddisfatto stordimento.
Lo
vidi arrivare dall’androne buio della porta più grande, con quegli stivali
improbabili che gli cigolavano addosso come gomene, il braccio carico di
fogliame e libracci, il sorriso sbieco a filo di denti, che avrei imparato a
conoscere così bene.
Aveva
letto il programma in un fiato, quasi a nessuno dovesse interessare, per
lanciarsi subito dopo in una descrizione minuziosa e divertita del grande culo
bianco di una donna di Tiziano, che campeggiava in diapositiva sul muro di
fondo. Io pensai che pareva una luna, quando la luna è così piena e gonfia e
matura, che sembra debba caderti tra le braccia da un momento all’altro.
Qualcuno
lo chiamò, attraverso il cortile. In un istante fu circondato da domande e
pretese di chiarimenti e sciocche allusioni. Io tacevo accucciata, osservandomi
la punta delle scarpe, sbucciate sull’alluce con cui tiravo calci ai sassi
lungo la strada.
Ci
invitò a seguirlo, per parlare con più tranquillità, disse. Davanti a un buon
bicchiere di vino - voi bevete vino, ragazzi?
Un’ombreta,
disse. Un’ombra di vino.
Io
non bevevo vino, se non alle feste, appena un goccio, davvero, basta così. Ma
mi piacque l’idea che il vino potesse essere d’ombra. Come si trattasse di
qualcosa di consolante, di invitante, qualcosa che protegge e riposa.
All’ombra
per parlare. Un tempo all’ombra.
Stare all’ombra.
C’era
un lungo tavolo di legno scuro, inciso da profondi solchi bruni, e piccole
iniziali, e segni di passaggi di tempo. Noi attorno, con questi calici dalla
pancia gonfia pieni per metà di vino scuro, per metà dei riflessi colorati
delle nostre facce appese.
Pellaccia. Chiamatemi Pellaccia. E rideva, nel
vedere le nostre espressioni esitanti, allegre, curiose.
Ricordo
che bevvi il primo sorso senza badarvi, come fosse sciroppo di ciliegie. Ero
assetata, e assorta.
Scese e si posò, dolce, tra la pancia e la voce,
rotolando. Come respirare forte vicino alla risacca, pensai. Quel calore
asciutto, pieno, che confonde.
Lui
mi osservava dall’altra sponda del tavolo, sopra il flusso instancabile di
parole e risa e parabole, sopra gli sguardi univoci degli altri.
Io
ricambiavo lo sguardo a tratti, dalla curva di luce del calice, con il naso
appeso sull’aroma tenero e fondo del vino, che sapeva di fieno, di erba appena
tagliata, e frutta selvatica lasciata a maturare sul ramo.
Nessuno
mi aveva detto che in quella scuola avrei potuto fare certe cose.
Bere vino con
il professore. Quel vino di nettare e parole.
Lasciar passare un pomeriggio in
quel modo.
All’ombra.
Sentii
una specie di euforia nuova, di nervosa vitalità, salire dalle gambe agli
occhi, con lentezza, a ondate dolci.
La testa mi viaggiava a mille. Mille
pensieri al secondo.
Tutti inopportuni.
Così
che, nella memoria, Tiziano va a confondersi con il fieno, e con quel disegno
inciso sul legno, e l’ombra del vino a quella dell’albero di mele, e il vino
che di mele profuma, ma mele piccole, selvatiche, quelle che nessuno coglie
mai.
E i suoi occhi.
Occhi
neri. Neri tanto da non vederne il centro, la pupilla, l’anima. Neri tanto da
non lasciar passare nessuno, da fare confine.
Tanto da poter decidere, da
subito, se fuggire veloce o abbandonarsi senza difese.
Io
che difese, allora, non ne avevo una.
Nervi scoperti, sangue caldo, pelle
soffice. Esposta e candida come panni al sole.
Arrivò
un secondo calice. Istintivamente annusai, chiudendo gli occhi.
Miele.
Lui
mi guardava, senza interrompere il suo racconto, sorrideva.
Miele e barocco, e
qualcosa come resina di pigna, e il bianco di zinco, e l’odore che avevano
certi cassetti della credenza in campagna, e Magritte. Che mi chiedeva se
quella fosse una pipa.
Molti
anni dopo, parlavamo di Magritte.
Ci sarà un cielo in cui gli uomini volano
senza tempo e senza scarpe, anzichè un tempo che vola e uomini con le suole
piantate a terra. Dev’essere così, dove vado.
Doveva
essere così.
Che
uscimmo nelle ombre lunghe dell’ora violetta, con la pancia di fieno e miele e
gli occhi lucidi, soli.
Io
con quel vino dolce nel sangue, e pertanto coraggiosa.
Lui
cauto e delicato e forte.
Piovve
tutta la notte, e molto, e con fragore.
mercoledì 23 aprile 2014
VENTUNO (incipit)
Come certe vecchie case di campagna.
Certi grandi casolari di famiglia, lasciati alla memoria degli avi, vissuti per poco e per abitudine, nelle ore abbandonate di un tempo da perdere o da fotografare.
Grosse mura sudate di umidità, spesse e fredde nelle mattine d’inverno, tiepide al sole di lucertole e sterpi e tralci d’uva appassita. Stanze, soprattutto. Vaste come non se ne fanno più da tempo, a piastrelle sconnesse e buchi di muschio, alte finestre crepate di pioggia, armadi fitti di lenzuola e lavanda e grembiuli bianchi, odorose di legna umida e vento di spifferi e camino.
Certi grandi casolari di famiglia, lasciati alla memoria degli avi, vissuti per poco e per abitudine, nelle ore abbandonate di un tempo da perdere o da fotografare.
Grosse mura sudate di umidità, spesse e fredde nelle mattine d’inverno, tiepide al sole di lucertole e sterpi e tralci d’uva appassita. Stanze, soprattutto. Vaste come non se ne fanno più da tempo, a piastrelle sconnesse e buchi di muschio, alte finestre crepate di pioggia, armadi fitti di lenzuola e lavanda e grembiuli bianchi, odorose di legna umida e vento di spifferi e camino.
Case lasciate sole in mezzo alla campagna, a cigolare e
gemere e aspettare, come le ginocchia dure d’un vecchio.
Così, mi prendo tutto quello che sono, il poco o molto che ho
a disposizione, e a quella vecchia casa torno.
All’inizio è buio pesto. Buio nero e schiocchi di giunture,
cardini che sbadigliano, fuggire di piccoli animali e ghiaccio di tubi e
ululare di camino nella contr’aria della strada.
Poi, silenzio.
Gli occhi si abituano all’ombra, la luce dalla porta disegna un rettangolo sulle ossa nere d’una credenza. Uno sciame di polvere affolla quel niente di sole, come non aspettasse che di mostrarsi in un milione di particelle immobili.
Non so da quanto tempo non entravo qui dentro.
Gli occhi si abituano all’ombra, la luce dalla porta disegna un rettangolo sulle ossa nere d’una credenza. Uno sciame di polvere affolla quel niente di sole, come non aspettasse che di mostrarsi in un milione di particelle immobili.
Non so da quanto tempo non entravo qui dentro.
Il fatto che
mi sia tanto familiare, poi, confonde enormemente tutta la faccenda. Come se
solo il giorno prima, tornando da una sigaretta fumata sotto il fico, avessi
messo un bollitore sulla stufa e mi fossi occupata con gesti lenti e svagati di
ravvivare un fuoco da due soldi. Un fuoco da acqua di tè.
Come se ad affacciarmi, ora, dovessi allungare le braccia e
raccogliere un lenzuolo steso.
Molto tempo. Ero altrove.
Sono stata altrove per una vita
intera, tanta la vita che ho vissuta, cercata, trovata, messa nel mondo.
Ricordo benissimo, di averla lasciata. Di slancio, senza
esitazioni, chiudendo in fretta imposte e scuri, porte e cancelli, buttando cenere
e terra e ragni e briciole di pane.
Non rammento di aver dato un’ultima
occhiata, come di congedo, come a dire: tornerò. Avevo già un milione di giri
della terra davanti agli occhi, tanto mi pareva allora la strada da percorrere.
Tanta è stata, nei piedi, nelle spalle, nel pezzo di cuore fatto per correre,
per essere muscolo e basta.
Ricordo solo, con minuzia di fotografia, di aver passato la
mano sul dorso della tavola grande, come a portar via la polvere, o fare una
carezza.
Ho la memoria perfetta di quel legno scabro e tiepido ancora qui, nel
palmo. Anni dopo.
La prima stanza, entrando, è la cucina.
Le finestre si
aprono su una strada di poco conto, appena oltre c’è un campo messo a semenza.
La stufa in un canto, il camino al lato opposto, la tavola nuda e le seggiole
con la paglia dipinta di rosso. Un calendario con una mosca ferma sul numero
ventuno.
Comincio da qui.
Appoggio la mano sulla tavola, e mi riprendo quel gesto.
Spazzo via una briciola invisibile. Accarezzo il ricordo di tutti quei volti,
di un piatto bianco con il bordo d’oro e minuscole rose gialle, di una
damigiana messa a gorgogliare vino lungo cannucce di vetro scuro. Le nespole.
La borragine. Il fiore del glicine dolce e umido da tenere in bocca.
Ero io, quella che si avvinghiava ai fianchi un grembiule
nero, apriva tutte le finestre, metteva una musica da ballare e affondava le
mani nella farina, rimestava lentissimi sughi di carne, e marmitte di ciliegie
da farne marmellate, e triti d’erbe e ripieni odorosi e distese di frolla e
pasta d’uova, bianchi di neve, teglie imburrate, olio dolce di fritti lasciati
riposare.
Sono io.
Anche ora che rovescio una polpetta in padella, con il tempo che mi morde le chiappe, e a sera tardi addento un pezzo di formaggio, in piedi, davanti al frigo.
Sono io.
Anche ora che rovescio una polpetta in padella, con il tempo che mi morde le chiappe, e a sera tardi addento un pezzo di formaggio, in piedi, davanti al frigo.
Gli amici digiunavano per giorni, prima di sedersi al mio
tavolo.
Preparavano tutti i sensi. Io imbracciavo la chitarra e li sfamavo di
tutto.
Apro la credenza e tiro fuori una grossa pignatta di coccio.
Il lavabo è un covo di ragni magri e polverosi. Aspetto che l’acqua risalga gli
intestini del pozzo – calma, aspetta con calma – gorgogliando e ruttando
spruzzi scuri e grumi di terra, e lavo la pignatta a mani nude.
Solo acqua
ghiaccia e mani, fino a che le dita non mi dolgono per il gelo.
Butto un giornale nella pancia sporca della stufa, due
legnetti trovati in fondo alla cassa, provo a dare fuoco.
Dentro la stufa c’è
un’aria come di tomba. Nera muffa di anni, poveri resti, cenere, silenzio. Il
fuoco muore subito, senz’aria e senza voglia.
Calma. Fai con calma.
Vado in cerca di legna secca e brusca, fastelli leggeri di sterpi, un involto leggero di carta asciutta, ben disposti l’uno sull’altro a fare culla al fuoco.
Impiego quasi un’ora, a fare fuoco e caldo nella stanza.
Vado in cerca di legna secca e brusca, fastelli leggeri di sterpi, un involto leggero di carta asciutta, ben disposti l’uno sull’altro a fare culla al fuoco.
Impiego quasi un’ora, a fare fuoco e caldo nella stanza.
Poi, spalanco le finestre. Il fumo vecchio fa due giri sul
soffitto ed esce, lasciando aria di cielo e odore fitto di terra nera.
Luce. Vento. Fuoco. Acqua.
Mi riprendo gli elementi, lontano dalle loro forme quotidiane di lampadine e condizionatori e rubinetti e metano. Lontano dal gesto rapido di consumo, la schicchera nervosa che fa il polso per dare fiamma al gas, mentre il giorno si gira dall’altra parte con un sibilo sordo, che nemmeno te ne accorgi più. Ti volti a spiare il cortile, e le finestre sono già accese. Centinaia d’occhi pallidi socchiusi sulle vite degli altri: gli stessi fornelli, i rubinetti, i lampadari penzoloni sulla sera.
L’avete vista arrivare, voi?
Io ero qui.
A questa finestra, un milione di anni fa.
Ero capace di stare immobile, allora, a guardare soltanto. Quel tipo di guardare che nessuno dovrebbe accorgersi, che contiene centinaia di prospettive, che dagli occhi corre per chilometri incrociando venti forti e montagne.
Luce. Vento. Fuoco. Acqua.
Mi riprendo gli elementi, lontano dalle loro forme quotidiane di lampadine e condizionatori e rubinetti e metano. Lontano dal gesto rapido di consumo, la schicchera nervosa che fa il polso per dare fiamma al gas, mentre il giorno si gira dall’altra parte con un sibilo sordo, che nemmeno te ne accorgi più. Ti volti a spiare il cortile, e le finestre sono già accese. Centinaia d’occhi pallidi socchiusi sulle vite degli altri: gli stessi fornelli, i rubinetti, i lampadari penzoloni sulla sera.
L’avete vista arrivare, voi?
Io ero qui.
A questa finestra, un milione di anni fa.
Ero capace di stare immobile, allora, a guardare soltanto. Quel tipo di guardare che nessuno dovrebbe accorgersi, che contiene centinaia di prospettive, che dagli occhi corre per chilometri incrociando venti forti e montagne.
Comincia da una finestra, quasi sempre. Un quadrante di cielo,
attraversato da una nuvola. Da un cane sghembo. A volte uno stormo di uccelli
bassi, impensieriti dal buio, prossimo a salire dietro le colline.
La sera arrivava con molle bellezza, come una musica. Un
salire impercettibile di suoni, l’accordo naturale degli alberi e degli animali,
la declinazione di luce e ombra, a spartirsi il cielo.
Io, seduta a gambe nude sul davanzale, fumavo e guardavo.
Oltre la strada e il campo a semenze, ben oltre qualunque collina potesse
contenere l’orizzonte.
La sera scendeva, ed io le viaggiavo addosso.
Poteva durare anche un’ora. Non so, non guardavo.
Alla fine sapevo con certezza di avere materiale a
sufficienza per affrontare la notte, scrivere al buio, per sopravvivere a
qualunque notte, a qualunque buio.
Mi sbagliavo, naturalmente.
Mi sbagliavo, naturalmente.
martedì 18 marzo 2014
SEI TU LA PRIMA
Hai quattro anni, amore mio.
Hai messo su occhi così
grandi da poter immaginare qualunque cosa, hai fatto spalle tonde e forti da
portare con te tutti i sogni del mondo, hai gambe lunghe e morbide per correre
qualsiasi gioco, ogni aquilone, tutte le farfalle.
Io – che da quattro anni
sono la tua mamma, e ancora me lo devo ripetere a voce alta per fare che sia
davvero tutto vero – ti ho appoggiato tra le braccia, e in mezzo ai piedi, una
sorella.
Appena un anno e mezzo fa, ma ci sembra impossibile ricordare un mondo senza di
lei.
Ora che il tuo tempo è pieno di pensieri reconditi, e di ragioni piccole e
solide, e chilometri di domande che non trovano voce, si accartocciano nel tuo
cuore e ricadono in pianto – ora che so, piccola mia, che tutto capisci e tutto
ascolti, devo chiederti scusa.
Per ogni volta che i miei
occhi si sono distolti dai tuoi e ti ho vista per un attimo fare buio nel tuo
sorriso e sentirti sola.
Per le casette di lego che costruisci con amore, mandate all’aria in un secondo
dalle sue goffe manine.
Per ogni volta che ti ho
chiesto di avere pazienza.
Per ogni volta che ti ho
detto che sei grande.
Per tutti i giri di
cavallino che devi sopportare perché sai che lei adora averti vicina, e non c’è
giostra che le piaccia, se su quella giostra non ci sei tu.
Per il gelato che assaggia
da te, e t'incasina la coppetta con le manine, e te ne ruba sempre un po’
troppo.
Per tutte le volte che mangi
pasta in bianco e prosciutto, mentre io mi affanno a scuoiare conigli da
omogeneizzare per lei.
Per tutte le notti in cui il
suo pianto sveglia il tuo sonno, e non protesti mai, solo – talvolta – ti
rifugi nel lettone per ritrovare i fili di un sogno. Ché le mie braccia, scimmietta, sono ancora l’unico luogo possibile per sognare.
Per ogni volta che tra le mie
braccia c’è lei, e mi stringe forte, e mi vuole tutta sua – solo per un momento –
sei solo mia.
Per quello spazio di tempo che provo a dividere – due perfette metà, due interi
da una sola mamma, due cuori due abbracci due sguardi – ma che a volte scivola
via nel giorno, e ti manca. E ti manco.
Per i pennarelli senza tappo, per i fogli sbavati, per i piedi delle bambole
rosicchiati, per le pagine di libro strappate.
Per tutto quello che finisce sotto il divano e viene rubato dai folletti.
Per i codini tirati, i morsi, le caccole.
Per quel piatto che era tuo,
ed ora è il suo preferito.
Per il rumore quando vuoi
leggere.
Per il silenzio quando
dorme.
Scusa, amore mio.
Scusa se ancora adesso,
quando sei triste o arrabbiata, ti chiedi perché non sei più sola, con me.
Ora te lo spiego.
Un mattino di poco tempo fa
vi ho trovate entrambe in piedi davanti allo specchio.
Vi guardavate.
Tu ti passavi le mani tra i capelli – lucida nocciolina liscia e piena – lei si
osservava attenta e stupita.
Un attimo dopo avete incrociato gli sguardi, sulla
superficie pallida e luminosa dello specchio, e siete esplose in una risata di
campanelli.
Devi sapere, bambina, che in quel momento io – che sono la vostra mamma –
ho avuto la certezza che tutto andava bene.
Che da quel primo giorno in cui ho posato lei tra le tue braccia, minuscolo
uccellino accoccolato nella tua morbida stretta bianca, tutta la bellezza di
cui sono capace – di cui mai sarò capace – si è compiuta.
Perfetta, tonda come la luna, pura e gonfia,
enorme. Enorme.
Avevate lo stesso sguardo, in quello specchio.
Sguardo grigio – dove li
prendete gli occhi, figlie? – lucido e mobile, fondo, liquido, intelligente. E
pieno d’amore.
Avete gli stessi occhi, e quegli stessi occhi muoverete sul mondo, da qui a
sempre.
Con me, e senza di me.
Vi accompagnerete nelle
domande, saprete qualche risposta, vi consolerete con un nulla, vi stringerete
se ci sarà vento, se farà freddo, vi appoggerete l’una all’altra ogni volta che
mancherà la forza, e saprete dirvi ogni bene, del bene che vi vorrete.
Avrete notti per fare tana sotto un plaid e raccontarvi storie di gatti e
folletti e mongolfiere, pomeriggi di sole e sudore sulle biciclette, mattine di
mare e sabbia da non voler più andare via, e palle di neve e pupazzi e
slittini, nascondigli segreti e segreti e ancora segreti, promesse che durino
tutta la vita, sonni fondi abbracciate vicine, amori da dirvi sottovoce che
nessuno lo sappia.
Avrete giorni di voi adulte, forti e belle e cocciute come siete, sarete insieme a dar la caccia al futuro, e metterete fretta al tempo, perché somigli sempre più al vostro tempo.
Avrete giorni di voi adulte, forti e belle e cocciute come siete, sarete insieme a dar la caccia al futuro, e metterete fretta al tempo, perché somigli sempre più al vostro tempo.
Sarete grandi, come me, meglio di me, un giorno.
Sarete due sguardi che
s’incrociano, e ridono forte.
Ecco, bambina.
Ecco cos’è accaduto, quel
mattino in cui ho messo lei nelle tue braccia.
Da lì, è cominciato il vostro amore.
Perciò, scusami.
Ma ho fatto per te la cosa
più grande di cui fossi capace.
E tu – piccola donna piena
di grazia – non dimenticare nemmeno per un attimo, per un solo sguardo di
solitudine, che sarai sempre la mia prima figlia.
Il primo battito che ho
sentito nella pancia.
La prima tutina minuscola messa ad asciugare al vento.
Il primo pianto altissimo
fuori di me, le mie lacrime e le tue.
La tetta e il latte.
Il profumo dolce aspro della
tua nuca nuda.
La prima volta che mi hai
chiamata mamma.
Sei tu la prima.
Non dimenticarlo, mai.
giovedì 23 gennaio 2014
TREFEMMINE
giovedì 9 gennaio 2014
UNDICI GENNAIO DUEMILATREDICI
Il
nome Anita è un diminutivo.
Quando
sei nata, c’era la neve.
Tu eri piccola come un fiocco.
Tu eri piccola come un fiocco.
Ricordo che ti tenevo
tra le mani, e non capivo come potessi somigliare solo a te stessa. Ricordo che
pensai: sei piccola come un piccione, e non somigli a nessuno.
Anita
è già un diminutivo.
Ti
dicemmo, da subito: Titina.
Un
anno fa, e c’era la neve.
Nel
lungo corridoio vuoto a luci basse e suoni attutiti dalle camere chiuse, odore
acre di fiori recisi, tu che avevi poche ore ed io che passando guardavo
l’alba, gocciolando latte e sangue, perdendo sonno da tutte le parti: non siamo
mai più state così sole, tu ed io.
Non siamo mai state così straniere, e piene
di fatica.
Non ti perdonavo quel calcio – duro, improvviso, un boato di
viscere – non ti perdonavo la paura che ho avuto, a spingerti nel mondo in un
fiume di sangue.
Ho temuto per te più di quanto pensavo si potesse temere, per
qualunque cosa, in tutta una vita intera.
E tu – da allora – corri.
Decidi per te, per me, con un calcio cambi direzione e corri,
e cresci. Dio, quanto in fretta.
Da fiocco di neve, da piccione, in un giro di
stagioni sei diventata tu.
Anita.
Non potevo scegliere nome migliore.
Un anno, per mischiarci gli sguardi, e impastarci la stessa
carne, le stesse ossa.
Ti ho riconosciuta, infine.
Tu che somigli solo a te stessa, e hai un nome piccolo, e
decidi prima di tutti.
Sei quanto di più simile a me stessa abbia mai guardato.
Da quell’alba buia a questo mattino, addormentata qui accanto, bella e forte e
bianca come una luna di maggio.
Ti ho perdonato mille volte, amore mio.
Titina piccola e grande come nessuna.
E tra le mie mani, adesso, tengo le tue.
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