Si
faceva chiamare Pellaccia.
Non
da subito. Ad un dato momento, quando decideva se ne avresti sorriso.
Il
giorno della prima lezione, un pomeriggio tiepido e lento d’ottobre, uscimmo
dalla sua aula che tremavamo come cartacce sulla strada.
Lui
portava stivali di gomma azzurri e un cappello scuro di vinile, a tesa larga.
Sarebbe piovuto presto, disse, e molto.
In
cortile il cielo inquadrettato sulle nostre teste era blu, lo ricordo bene, blu
senza una nuvola da posarci gli occhi, da fermare la fuga fonda del colore,
così saturo e denso.
Non
pioverà, pensai. Come potrebbe.
Sedemmo
in quattro o cinque sotto il portico scuro, con il naso in aria e questo
tremore nuovo addosso, come una sciarpa di lana che punge il mento. Di tutto
quello che ci era stato detto, in quell’aula, avevamo capito molto poco, ma
abbastanza da ritenerci scossi, con un certo senso di soddisfatto stordimento.
Lo
vidi arrivare dall’androne buio della porta più grande, con quegli stivali
improbabili che gli cigolavano addosso come gomene, il braccio carico di
fogliame e libracci, il sorriso sbieco a filo di denti, che avrei imparato a
conoscere così bene.
Aveva
letto il programma in un fiato, quasi a nessuno dovesse interessare, per
lanciarsi subito dopo in una descrizione minuziosa e divertita del grande culo
bianco di una donna di Tiziano, che campeggiava in diapositiva sul muro di
fondo. Io pensai che pareva una luna, quando la luna è così piena e gonfia e
matura, che sembra debba caderti tra le braccia da un momento all’altro.
Qualcuno
lo chiamò, attraverso il cortile. In un istante fu circondato da domande e
pretese di chiarimenti e sciocche allusioni. Io tacevo accucciata, osservandomi
la punta delle scarpe, sbucciate sull’alluce con cui tiravo calci ai sassi
lungo la strada.
Ci
invitò a seguirlo, per parlare con più tranquillità, disse. Davanti a un buon
bicchiere di vino - voi bevete vino, ragazzi?
Un’ombreta,
disse. Un’ombra di vino.
Io
non bevevo vino, se non alle feste, appena un goccio, davvero, basta così. Ma
mi piacque l’idea che il vino potesse essere d’ombra. Come si trattasse di
qualcosa di consolante, di invitante, qualcosa che protegge e riposa.
All’ombra
per parlare. Un tempo all’ombra.
Stare all’ombra.
C’era
un lungo tavolo di legno scuro, inciso da profondi solchi bruni, e piccole
iniziali, e segni di passaggi di tempo. Noi attorno, con questi calici dalla
pancia gonfia pieni per metà di vino scuro, per metà dei riflessi colorati
delle nostre facce appese.
Pellaccia. Chiamatemi Pellaccia. E rideva, nel
vedere le nostre espressioni esitanti, allegre, curiose.
Ricordo
che bevvi il primo sorso senza badarvi, come fosse sciroppo di ciliegie. Ero
assetata, e assorta.
Scese e si posò, dolce, tra la pancia e la voce,
rotolando. Come respirare forte vicino alla risacca, pensai. Quel calore
asciutto, pieno, che confonde.
Lui
mi osservava dall’altra sponda del tavolo, sopra il flusso instancabile di
parole e risa e parabole, sopra gli sguardi univoci degli altri.
Io
ricambiavo lo sguardo a tratti, dalla curva di luce del calice, con il naso
appeso sull’aroma tenero e fondo del vino, che sapeva di fieno, di erba appena
tagliata, e frutta selvatica lasciata a maturare sul ramo.
Nessuno
mi aveva detto che in quella scuola avrei potuto fare certe cose.
Bere vino con
il professore. Quel vino di nettare e parole.
Lasciar passare un pomeriggio in
quel modo.
All’ombra.
Sentii
una specie di euforia nuova, di nervosa vitalità, salire dalle gambe agli
occhi, con lentezza, a ondate dolci.
La testa mi viaggiava a mille. Mille
pensieri al secondo.
Tutti inopportuni.
Così
che, nella memoria, Tiziano va a confondersi con il fieno, e con quel disegno
inciso sul legno, e l’ombra del vino a quella dell’albero di mele, e il vino
che di mele profuma, ma mele piccole, selvatiche, quelle che nessuno coglie
mai.
E i suoi occhi.
Occhi
neri. Neri tanto da non vederne il centro, la pupilla, l’anima. Neri tanto da
non lasciar passare nessuno, da fare confine.
Tanto da poter decidere, da
subito, se fuggire veloce o abbandonarsi senza difese.
Io
che difese, allora, non ne avevo una.
Nervi scoperti, sangue caldo, pelle
soffice. Esposta e candida come panni al sole.
Arrivò
un secondo calice. Istintivamente annusai, chiudendo gli occhi.
Miele.
Lui
mi guardava, senza interrompere il suo racconto, sorrideva.
Miele e barocco, e
qualcosa come resina di pigna, e il bianco di zinco, e l’odore che avevano
certi cassetti della credenza in campagna, e Magritte. Che mi chiedeva se
quella fosse una pipa.
Molti
anni dopo, parlavamo di Magritte.
Ci sarà un cielo in cui gli uomini volano
senza tempo e senza scarpe, anzichè un tempo che vola e uomini con le suole
piantate a terra. Dev’essere così, dove vado.
Doveva
essere così.
Che
uscimmo nelle ombre lunghe dell’ora violetta, con la pancia di fieno e miele e
gli occhi lucidi, soli.
Io
con quel vino dolce nel sangue, e pertanto coraggiosa.
Lui
cauto e delicato e forte.
Piovve
tutta la notte, e molto, e con fragore.

Nessun commento:
Posta un commento