Il
nome Anita è un diminutivo.
Quando
sei nata, c’era la neve.
Tu eri piccola come un fiocco.
Tu eri piccola come un fiocco.
Ricordo che ti tenevo
tra le mani, e non capivo come potessi somigliare solo a te stessa. Ricordo che
pensai: sei piccola come un piccione, e non somigli a nessuno.
Anita
è già un diminutivo.
Ti
dicemmo, da subito: Titina.
Un
anno fa, e c’era la neve.
Nel
lungo corridoio vuoto a luci basse e suoni attutiti dalle camere chiuse, odore
acre di fiori recisi, tu che avevi poche ore ed io che passando guardavo
l’alba, gocciolando latte e sangue, perdendo sonno da tutte le parti: non siamo
mai più state così sole, tu ed io.
Non siamo mai state così straniere, e piene
di fatica.
Non ti perdonavo quel calcio – duro, improvviso, un boato di
viscere – non ti perdonavo la paura che ho avuto, a spingerti nel mondo in un
fiume di sangue.
Ho temuto per te più di quanto pensavo si potesse temere, per
qualunque cosa, in tutta una vita intera.
E tu – da allora – corri.
Decidi per te, per me, con un calcio cambi direzione e corri,
e cresci. Dio, quanto in fretta.
Da fiocco di neve, da piccione, in un giro di
stagioni sei diventata tu.
Anita.
Non potevo scegliere nome migliore.
Un anno, per mischiarci gli sguardi, e impastarci la stessa
carne, le stesse ossa.
Ti ho riconosciuta, infine.
Tu che somigli solo a te stessa, e hai un nome piccolo, e
decidi prima di tutti.
Sei quanto di più simile a me stessa abbia mai guardato.
Da quell’alba buia a questo mattino, addormentata qui accanto, bella e forte e
bianca come una luna di maggio.
Ti ho perdonato mille volte, amore mio.
Titina piccola e grande come nessuna.
E tra le mie mani, adesso, tengo le tue.

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