giovedì 9 gennaio 2014

UNDICI GENNAIO DUEMILATREDICI


Il nome Anita è un diminutivo.

Quando sei nata, c’era la neve. 
Tu eri piccola come un fiocco. 
Ricordo che ti tenevo tra le mani, e non capivo come potessi somigliare solo a te stessa. Ricordo che pensai: sei piccola come un piccione, e non somigli a nessuno.

Anita è già un diminutivo.
Ti dicemmo, da subito: Titina.

Un anno fa, e c’era la neve.
Nel lungo corridoio vuoto a luci basse e suoni attutiti dalle camere chiuse, odore acre di fiori recisi, tu che avevi poche ore ed io che passando guardavo l’alba, gocciolando latte e sangue, perdendo sonno da tutte le parti: non siamo mai più state così sole, tu ed io. 
Non siamo mai state così straniere, e piene di fatica.

Non ti perdonavo quel calcio – duro, improvviso, un boato di viscere – non ti perdonavo la paura che ho avuto, a spingerti nel mondo in un fiume di sangue. 
Ho temuto per te più di quanto pensavo si potesse temere, per qualunque cosa, in tutta una vita intera.

E tu – da allora – corri.

Decidi per te, per me, con un calcio cambi direzione e corri, e cresci. Dio, quanto in fretta.
Da fiocco di neve, da piccione, in un giro di stagioni sei diventata tu.
Anita.
Non potevo scegliere nome migliore.

Un anno, per mischiarci gli sguardi, e impastarci la stessa carne, le stesse ossa.

Ti ho riconosciuta, infine.
Tu che somigli solo a te stessa, e hai un nome piccolo, e decidi prima di tutti. 
Sei quanto di più simile a me stessa abbia mai guardato. 
Da quell’alba buia a questo mattino, addormentata qui accanto, bella e forte e bianca come una luna di maggio.

Ti ho perdonato mille volte, amore mio.
Titina piccola e grande come nessuna.

E tra le mie mani, adesso, tengo le tue.

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