venerdì 23 maggio 2014

CECI N'EST PAS LA VIE



Si faceva chiamare Pellaccia.
Non da subito. Ad un dato momento, quando decideva se ne avresti sorriso.
Il giorno della prima lezione, un pomeriggio tiepido e lento d’ottobre, uscimmo dalla sua aula che tremavamo come cartacce sulla strada.
Lui portava stivali di gomma azzurri e un cappello scuro di vinile, a tesa larga. Sarebbe piovuto presto, disse, e molto.
In cortile il cielo inquadrettato sulle nostre teste era blu, lo ricordo bene, blu senza una nuvola da posarci gli occhi, da fermare la fuga fonda del colore, così saturo e denso.
Non pioverà, pensai. Come potrebbe.
Sedemmo in quattro o cinque sotto il portico scuro, con il naso in aria e questo tremore nuovo addosso, come una sciarpa di lana che punge il mento. Di tutto quello che ci era stato detto, in quell’aula, avevamo capito molto poco, ma abbastanza da ritenerci scossi, con un certo senso di soddisfatto stordimento.
Lo vidi arrivare dall’androne buio della porta più grande, con quegli stivali improbabili che gli cigolavano addosso come gomene, il braccio carico di fogliame e libracci, il sorriso sbieco a filo di denti, che avrei imparato a conoscere così bene.
Aveva letto il programma in un fiato, quasi a nessuno dovesse interessare, per lanciarsi subito dopo in una descrizione minuziosa e divertita del grande culo bianco di una donna di Tiziano, che campeggiava in diapositiva sul muro di fondo. Io pensai che pareva una luna, quando la luna è così piena e gonfia e matura, che sembra debba caderti tra le braccia da un momento all’altro.
Qualcuno lo chiamò, attraverso il cortile. In un istante fu circondato da domande e pretese di chiarimenti e sciocche allusioni. Io tacevo accucciata, osservandomi la punta delle scarpe, sbucciate sull’alluce con cui tiravo calci ai sassi lungo la strada.
Ci invitò a seguirlo, per parlare con più tranquillità, disse. Davanti a un buon bicchiere di vino - voi bevete vino, ragazzi?
Un’ombreta, disse. Un’ombra di vino.
Io non bevevo vino, se non alle feste, appena un goccio, davvero, basta così. Ma mi piacque l’idea che il vino potesse essere d’ombra. Come si trattasse di qualcosa di consolante, di invitante, qualcosa che protegge e riposa. 
All’ombra per parlare. Un tempo all’ombra. 
Stare all’ombra.
C’era un lungo tavolo di legno scuro, inciso da profondi solchi bruni, e piccole iniziali, e segni di passaggi di tempo. Noi attorno, con questi calici dalla pancia gonfia pieni per metà di vino scuro, per metà dei riflessi colorati delle nostre facce appese. 
Pellaccia. Chiamatemi Pellaccia. E rideva, nel vedere le nostre espressioni esitanti, allegre, curiose.
Ricordo che bevvi il primo sorso senza badarvi, come fosse sciroppo di ciliegie. Ero assetata, e assorta. 
Scese e si posò, dolce, tra la pancia e la voce, rotolando. Come respirare forte vicino alla risacca, pensai. Quel calore asciutto, pieno, che confonde.
Lui mi osservava dall’altra sponda del tavolo, sopra il flusso instancabile di parole e risa e parabole, sopra gli sguardi univoci degli altri.
Io ricambiavo lo sguardo a tratti, dalla curva di luce del calice, con il naso appeso sull’aroma tenero e fondo del vino, che sapeva di fieno, di erba appena tagliata, e frutta selvatica lasciata a maturare sul ramo.
Nessuno mi aveva detto che in quella scuola avrei potuto fare certe cose. 
Bere vino con il professore. Quel vino di nettare e parole. 
Lasciar passare un pomeriggio in quel modo. 
All’ombra.
Sentii una specie di euforia nuova, di nervosa vitalità, salire dalle gambe agli occhi, con lentezza, a ondate dolci. 
La testa mi viaggiava a mille. Mille pensieri al secondo. 
Tutti inopportuni.
Così che, nella memoria, Tiziano va a confondersi con il fieno, e con quel disegno inciso sul legno, e l’ombra del vino a quella dell’albero di mele, e il vino che di mele profuma, ma mele piccole, selvatiche, quelle che nessuno coglie mai. 
E i suoi occhi.
Occhi neri. Neri tanto da non vederne il centro, la pupilla, l’anima. Neri tanto da non lasciar passare nessuno, da fare confine. 
Tanto da poter decidere, da subito, se fuggire veloce o abbandonarsi senza difese.
Io che difese, allora, non ne avevo una. 
Nervi scoperti, sangue caldo, pelle soffice. Esposta e candida come panni al sole.
Arrivò un secondo calice. Istintivamente annusai, chiudendo gli occhi. 
Miele.
Lui mi guardava, senza interrompere il suo racconto, sorrideva. 
Miele e barocco, e qualcosa come resina di pigna, e il bianco di zinco, e l’odore che avevano certi cassetti della credenza in campagna, e Magritte. Che mi chiedeva se quella fosse una pipa.
Molti anni dopo, parlavamo di Magritte. 
Ci sarà un cielo in cui gli uomini volano senza tempo e senza scarpe, anzichè un tempo che vola e uomini con le suole piantate a terra. Dev’essere così, dove vado.
Doveva essere così.
Che uscimmo nelle ombre lunghe dell’ora violetta, con la pancia di fieno e miele e gli occhi lucidi, soli.
Io con quel vino dolce nel sangue, e pertanto coraggiosa.
Lui cauto e delicato e forte.
Piovve tutta la notte, e molto, e con fragore.

mercoledì 23 aprile 2014

VENTUNO (incipit)


Come certe vecchie case di campagna. 
Certi grandi casolari di famiglia, lasciati alla memoria degli avi, vissuti per poco e per abitudine, nelle ore abbandonate di un tempo da perdere o da fotografare. 
Grosse mura sudate di umidità, spesse e fredde nelle mattine d’inverno, tiepide al sole di lucertole e sterpi e tralci d’uva appassita. Stanze, soprattutto. Vaste come non se ne fanno più da tempo, a piastrelle sconnesse e buchi di muschio, alte finestre crepate di pioggia, armadi fitti di lenzuola e lavanda e grembiuli bianchi, odorose di legna umida e vento di spifferi e camino.
Case lasciate sole in mezzo alla campagna, a cigolare e gemere e aspettare, come le ginocchia dure d’un vecchio.
Così, mi prendo tutto quello che sono, il poco o molto che ho a disposizione, e a quella vecchia casa torno.
All’inizio è buio pesto. Buio nero e schiocchi di giunture, cardini che sbadigliano, fuggire di piccoli animali e ghiaccio di tubi e ululare di camino nella contr’aria della strada. 
Poi, silenzio.
Gli occhi si abituano all’ombra, la luce dalla porta disegna un rettangolo sulle ossa nere d’una credenza. Uno sciame di polvere affolla quel niente di sole, come non aspettasse che di mostrarsi in un milione di particelle immobili.
Non so da quanto tempo non entravo qui dentro. 
Il fatto che mi sia tanto familiare, poi, confonde enormemente tutta la faccenda. Come se solo il giorno prima, tornando da una sigaretta fumata sotto il fico, avessi messo un bollitore sulla stufa e mi fossi occupata con gesti lenti e svagati di ravvivare un fuoco da due soldi. Un fuoco da acqua di tè.
Come se ad affacciarmi, ora, dovessi allungare le braccia e raccogliere un lenzuolo steso.
Molto tempo. Ero altrove. 
Sono stata altrove per una vita intera, tanta la vita che ho vissuta, cercata, trovata, messa nel mondo.
Ricordo benissimo, di averla lasciata. Di slancio, senza esitazioni, chiudendo in fretta imposte e scuri, porte e cancelli, buttando cenere e terra e ragni e briciole di pane. 
Non rammento di aver dato un’ultima occhiata, come di congedo, come a dire: tornerò. Avevo già un milione di giri della terra davanti agli occhi, tanto mi pareva allora la strada da percorrere. Tanta è stata, nei piedi, nelle spalle, nel pezzo di cuore fatto per correre, per essere muscolo e basta.
Ricordo solo, con minuzia di fotografia, di aver passato la mano sul dorso della tavola grande, come a portar via la polvere, o fare una carezza. 
Ho la memoria perfetta di quel legno scabro e tiepido ancora qui, nel palmo. Anni dopo.
La prima stanza, entrando, è la cucina. 
Le finestre si aprono su una strada di poco conto, appena oltre c’è un campo messo a semenza. La stufa in un canto, il camino al lato opposto, la tavola nuda e le seggiole con la paglia dipinta di rosso. Un calendario con una mosca ferma sul numero ventuno.
Comincio da qui.
Appoggio la mano sulla tavola, e mi riprendo quel gesto. Spazzo via una briciola invisibile. Accarezzo il ricordo di tutti quei volti, di un piatto bianco con il bordo d’oro e minuscole rose gialle, di una damigiana messa a gorgogliare vino lungo cannucce di vetro scuro. Le nespole. La borragine. Il fiore del glicine dolce e umido da tenere in bocca.
Ero io, quella che si avvinghiava ai fianchi un grembiule nero, apriva tutte le finestre, metteva una musica da ballare e affondava le mani nella farina, rimestava lentissimi sughi di carne, e marmitte di ciliegie da farne marmellate, e triti d’erbe e ripieni odorosi e distese di frolla e pasta d’uova, bianchi di neve, teglie imburrate, olio dolce di fritti lasciati riposare.
Sono io.
Anche ora che rovescio una polpetta in padella, con il tempo che mi morde le chiappe, e a sera tardi addento un pezzo di formaggio, in piedi, davanti al frigo.
Gli amici digiunavano per giorni, prima di sedersi al mio tavolo. 
Preparavano tutti i sensi. Io imbracciavo la chitarra e li sfamavo di tutto.
Apro la credenza e tiro fuori una grossa pignatta di coccio. 
Il lavabo è un covo di ragni magri e polverosi. Aspetto che l’acqua risalga gli intestini del pozzo – calma, aspetta con calma – gorgogliando e ruttando spruzzi scuri e grumi di terra, e lavo la pignatta a mani nude. 
Solo acqua ghiaccia e mani, fino a che le dita non mi dolgono per il gelo.
Butto un giornale nella pancia sporca della stufa, due legnetti trovati in fondo alla cassa, provo a dare fuoco. 
Dentro la stufa c’è un’aria come di tomba. Nera muffa di anni, poveri resti, cenere, silenzio. Il fuoco muore subito, senz’aria e senza voglia.
Calma. Fai con calma.
Vado in cerca di legna secca e brusca, fastelli leggeri di sterpi, un involto leggero di carta asciutta, ben disposti l’uno sull’altro a fare culla al fuoco.
Impiego quasi un’ora, a fare fuoco e caldo nella stanza.
Poi, spalanco le finestre. Il fumo vecchio fa due giri sul soffitto ed esce, lasciando aria di cielo e odore fitto di terra nera.
Luce. Vento. Fuoco. Acqua.
Mi riprendo gli elementi, lontano dalle loro forme quotidiane di lampadine e condizionatori e rubinetti e metano. Lontano dal gesto rapido di consumo, la schicchera nervosa che fa il polso per dare fiamma al gas, mentre il giorno si gira dall’altra parte con un sibilo sordo, che nemmeno te ne accorgi più. Ti volti a spiare il cortile, e le finestre sono già accese. Centinaia d’occhi pallidi socchiusi sulle vite degli altri: gli stessi fornelli, i rubinetti, i lampadari penzoloni sulla sera.
L’avete vista arrivare, voi?
Io ero qui.
A questa finestra, un milione di anni fa.
Ero capace di stare immobile, allora, a guardare soltanto. Quel tipo di guardare che nessuno dovrebbe accorgersi, che contiene centinaia di prospettive, che dagli occhi corre per chilometri incrociando venti forti e montagne. 
Comincia da una finestra, quasi sempre. Un quadrante di cielo, attraversato da una nuvola. Da un cane sghembo. A volte uno stormo di uccelli bassi, impensieriti dal buio, prossimo a salire dietro le colline.
La sera arrivava con molle bellezza, come una musica. Un salire impercettibile di suoni, l’accordo naturale degli alberi e degli animali, la declinazione di luce e ombra, a spartirsi il cielo.
Io, seduta a gambe nude sul davanzale, fumavo e guardavo. 
Oltre la strada e il campo a semenze, ben oltre qualunque collina potesse contenere l’orizzonte.
La sera scendeva, ed io le viaggiavo addosso.
Poteva durare anche un’ora. Non so, non guardavo.
Alla fine sapevo con certezza di avere materiale a sufficienza per affrontare la notte, scrivere al buio, per sopravvivere a qualunque notte, a qualunque buio.
Mi sbagliavo, naturalmente. 


martedì 18 marzo 2014

SEI TU LA PRIMA



Hai quattro anni, amore mio.
Hai messo su occhi così grandi da poter immaginare qualunque cosa, hai fatto spalle tonde e forti da portare con te tutti i sogni del mondo, hai gambe lunghe e morbide per correre qualsiasi gioco, ogni aquilone, tutte le farfalle.
Io – che da quattro anni sono la tua mamma, e ancora me lo devo ripetere a voce alta per fare che sia davvero tutto vero – ti ho appoggiato tra le braccia, e in mezzo ai piedi, una sorella. 
Appena un anno e mezzo fa, ma ci sembra impossibile ricordare un mondo senza di lei.

Ora che il tuo tempo è pieno di pensieri reconditi, e di ragioni piccole e solide, e chilometri di domande che non trovano voce, si accartocciano nel tuo cuore e ricadono in pianto – ora che so, piccola mia, che tutto capisci e tutto ascolti, devo chiederti scusa.

Per ogni volta che i miei occhi si sono distolti dai tuoi e ti ho vista per un attimo fare buio nel tuo sorriso e sentirti sola.
Per le casette di lego che costruisci con amore, mandate all’aria in un secondo dalle sue goffe manine.
Per ogni volta che ti ho chiesto di avere pazienza.
Per ogni volta che ti ho detto che sei grande.
Per tutti i giri di cavallino che devi sopportare perché sai che lei adora averti vicina, e non c’è giostra che le piaccia, se su quella giostra non ci sei tu.
Per il gelato che assaggia da te, e t'incasina la coppetta con le manine, e te ne ruba sempre un po’ troppo.
Per tutte le volte che mangi pasta in bianco e prosciutto, mentre io mi affanno a scuoiare conigli da omogeneizzare per lei.
Per tutte le notti in cui il suo pianto sveglia il tuo sonno, e non protesti mai, solo – talvolta – ti rifugi nel lettone per ritrovare i fili di un sogno. Ché le mie braccia, scimmietta, sono ancora l’unico luogo possibile per sognare.
Per ogni volta che tra le mie braccia c’è lei, e mi stringe forte, e mi vuole tutta sua – solo per un momento – sei solo mia.
Per quello spazio di tempo che provo a dividere – due perfette metà, due interi da una sola mamma, due cuori due abbracci due sguardi – ma che a volte scivola via nel giorno, e ti manca. E ti manco.

Per i pennarelli senza tappo, per i fogli sbavati, per i piedi delle bambole rosicchiati, per le pagine di libro strappate. 
Per tutto quello che finisce sotto il divano e viene rubato dai folletti. 
Per i codini tirati, i morsi, le caccole.
Per quel piatto che era tuo, ed ora è il suo preferito.
Per il rumore quando vuoi leggere.
Per il silenzio quando dorme.

Scusa, amore mio.

Scusa se ancora adesso, quando sei triste o arrabbiata, ti chiedi perché non sei più sola, con me.

Ora te lo spiego.

Un mattino di poco tempo fa vi ho trovate entrambe in piedi davanti allo specchio. 
Vi guardavate. 
Tu ti passavi le mani tra i capelli – lucida nocciolina liscia e piena – lei si osservava attenta e stupita. 
Un attimo dopo avete incrociato gli sguardi, sulla superficie pallida e luminosa dello specchio, e siete esplose in una risata di campanelli. 

Devi sapere, bambina, che in quel momento io – che sono la vostra mamma – ho avuto la certezza che tutto andava bene. Che da quel primo giorno in cui ho posato lei tra le tue braccia, minuscolo uccellino accoccolato nella tua morbida stretta bianca, tutta la bellezza di cui sono capace – di cui mai sarò capace –  si è compiuta. 
Perfetta, tonda come la luna, pura e gonfia, enorme. Enorme.

Avevate lo stesso sguardo, in quello specchio.
Sguardo grigio – dove li prendete gli occhi, figlie? – lucido e mobile, fondo, liquido, intelligente. E pieno d’amore.

Avete gli stessi occhi, e quegli stessi occhi muoverete sul mondo, da qui a sempre. 
Con me, e senza di me.

Vi accompagnerete nelle domande, saprete qualche risposta, vi consolerete con un nulla, vi stringerete se ci sarà vento, se farà freddo, vi appoggerete l’una all’altra ogni volta che mancherà la forza, e saprete dirvi ogni bene, del bene che vi vorrete.
Avrete notti per fare tana sotto un plaid e raccontarvi storie di gatti e folletti e mongolfiere, pomeriggi di sole e sudore sulle biciclette, mattine di mare e sabbia da non voler più andare via, e palle di neve e pupazzi e slittini, nascondigli segreti e segreti e ancora segreti, promesse che durino tutta la vita, sonni fondi abbracciate vicine, amori da dirvi sottovoce che nessuno lo sappia.
Avrete giorni di voi adulte, forti e belle e cocciute come siete, sarete insieme a dar la caccia al futuro, e metterete fretta al tempo, perché somigli sempre più al vostro tempo.

Sarete grandi, come me, meglio di me, un giorno.
Sarete due sguardi che s’incrociano, e ridono forte.

Ecco, bambina.
Ecco cos’è accaduto, quel mattino in cui ho messo lei nelle tue braccia.
Da lì, è cominciato il vostro amore.

Perciò, scusami.
Ma ho fatto per te la cosa più grande di cui fossi capace.

E tu – piccola donna piena di grazia – non dimenticare nemmeno per un attimo, per un solo sguardo di solitudine, che sarai sempre la mia prima figlia.

Il primo battito che ho sentito nella pancia.
La prima tutina minuscola messa ad asciugare al vento.
Il primo pianto altissimo fuori di me, le mie lacrime e le tue.
La tetta e il latte.
Il profumo dolce aspro della tua nuca nuda.
La prima volta che mi hai chiamata mamma.


Sei tu, che hai fatto di me una mamma.

Sei tu la prima.

Non dimenticarlo, mai.

giovedì 23 gennaio 2014

TREFEMMINE

TREFEMMINE è un progetto fotografico che nasce in una grande casa dove vivono tre donne. 
Un anno, quattro anni, trentotto.
Uno scatto, un gesto, moltiplicato tre.

TRE PIEDI SCALZI
TRE LIBRI
TRE CAVALLETTI
TRE PITTRICI
TRE SALTELLI
TRE CREME
TRE MUSICHE
TRE MATTARELLI

giovedì 9 gennaio 2014

UNDICI GENNAIO DUEMILATREDICI


Il nome Anita è un diminutivo.

Quando sei nata, c’era la neve. 
Tu eri piccola come un fiocco. 
Ricordo che ti tenevo tra le mani, e non capivo come potessi somigliare solo a te stessa. Ricordo che pensai: sei piccola come un piccione, e non somigli a nessuno.

Anita è già un diminutivo.
Ti dicemmo, da subito: Titina.

Un anno fa, e c’era la neve.
Nel lungo corridoio vuoto a luci basse e suoni attutiti dalle camere chiuse, odore acre di fiori recisi, tu che avevi poche ore ed io che passando guardavo l’alba, gocciolando latte e sangue, perdendo sonno da tutte le parti: non siamo mai più state così sole, tu ed io. 
Non siamo mai state così straniere, e piene di fatica.

Non ti perdonavo quel calcio – duro, improvviso, un boato di viscere – non ti perdonavo la paura che ho avuto, a spingerti nel mondo in un fiume di sangue. 
Ho temuto per te più di quanto pensavo si potesse temere, per qualunque cosa, in tutta una vita intera.

E tu – da allora – corri.

Decidi per te, per me, con un calcio cambi direzione e corri, e cresci. Dio, quanto in fretta.
Da fiocco di neve, da piccione, in un giro di stagioni sei diventata tu.
Anita.
Non potevo scegliere nome migliore.

Un anno, per mischiarci gli sguardi, e impastarci la stessa carne, le stesse ossa.

Ti ho riconosciuta, infine.
Tu che somigli solo a te stessa, e hai un nome piccolo, e decidi prima di tutti. 
Sei quanto di più simile a me stessa abbia mai guardato. 
Da quell’alba buia a questo mattino, addormentata qui accanto, bella e forte e bianca come una luna di maggio.

Ti ho perdonato mille volte, amore mio.
Titina piccola e grande come nessuna.

E tra le mie mani, adesso, tengo le tue.

lunedì 6 gennaio 2014

DI EGO SMISURATI, DI BIANCONIGLI, DI SONTUOSITA'.


Due settimane.
Così, ce l’ho fatta. Che alla mezzanotte del 24 dicembre ho accartocciato l’ultimo pacchetto e ho comunicato al mio organismo – tramite circolare neuroisterica – un sontuoso: mai più.

Nel momento più sbagliato – nella baraonda pacchiana delle festività natalizie (su cui non mi soffermo per non incorrere in note a matrioska davidfosterwallaciane), periodo durante il quale - notoriamente - tutti fumano. 
Fuma chi non ha mai fumato – non fosse altro che per fuggire una qualche porzione di cappone in gelatina – fuma l’alito per il freddo, fumano i camini, fuma la polenta.
Io – che sono stupida – smetto. Di botto.
E collasso.

Mi figuro da subito in caduta libera lungo un precipizio buio e stretto – tipo Alice e il bianconiglio – in disperato tentativo di aggrapparmi ai mozziconi accesi che costellano le pareti, ululo e sbraito, piango e divoro tutto quanto mi capiti a tiro di bocca: funghi magici, biscottini, capponi in gelatina.
Eppure – l’ipofisi a secco di catrame mi dice – eppure è un vizietto così innocente. Delizioso e semplice. Semplice da trovare, semplice da portare in giro, da usufruire, da nascondere in tasca, da giustificare – ché avrei avuto motivazioni a secchiate, nel circo paesano del pepperepé vacanziero, per raccontarmi di doverne accendere una. 
Specie ogni volta che ho pianto. 
E quella sera che gli ho gridato in faccia – forte – e dopo non è arrivato un abbraccio.

Eppure, no. 
Due settimane.
Con il musetto di lei stretto a forza tra gli occhi e la voglia, a convincermi da solo che no.
Mai. 
Più.

Una promessa è una promessa. 
Una promessa ad un figlio è un’incudine di vergogna appesa un palmo sopra il tuo orgoglio.

Così, ecco. 
Ora sono qui – con uno schermo acceso davanti e i tasti sotto le dita e il mattino presto appiccicato ai vetri – con il terzo caffè e il cappuccio d’una bic (non tiro, non succhio, mordicchio e basta) e mi scrivo un’autoapologia tesa all’elogio sperticato, alla presa di coscienza dell’entità del mio coraggio, al plauso incondizionato per la forza di volontà che mi pervade e – non ultimo – alla portata sorprendente (persino per me) dell’amore per le mie figlie. 
Chiunque altro, in questi anni, mi abbia chiesto insistentemente di smettere, ha smesso di essere nelle mie grazie con effetto quasi immediato. 
Ne ricordo uno, in particolare. Disse: non mi piace che fumi dopo aver fatto sesso. Risposi - poveretto: allora non farai mai più sesso con me.

Comunque.
Potrei chiudere qui questo ridicolo primo post autocelebrativo, ma qualcosa ancora mi sfugge.

Tipo. E’ mai possibile che qualunque cosa di buono mi riesca di fare, in questa vita, segua ad una dichiarazione collettiva o individuale o divina o fatale che suona più o meno: non ce la farai mai? 
Come se il mio smisurato ego – smisurato, sì, e ridanciano altisonante casinista grasso come un porco – potesse attivare la volontà necessaria al raggiungimento di un obiettivo difficile solo se sollecitato con vigore.
Cosicché il dialogo che periodicamente si svolge nel mio cervello suona più o meno così:
- collettività/singolo/dio/fato: non ce la puoi fare.
- ego: fanculo, certo che sì.
- io: andate a fanculo tutt’e due, che sono stanca.

Fatto sta che - alla fine - non sapendo da che parte mettermi a vivere, e che faccia fare, invio la circolare neuroisterica, salto nel precipizio delle meraviglie, e dopo un discreto sbattimento ne esco vincitrice. A braccia alzate come un maratoneta, e con la stessa stanchezza nei ginocchi, e con un medio teso e limpido ben dritto verso il cielo. 
Non per il cielo, certo che no. 
Per te, che non ci credevi.
Per te, che non hai capito.
Per chi di me ancora deve capire il verso giusto – l’alto, il basso – che c’è. Come in tutte le cose fragili.
Che se sbagli ad afferrarmi, io ti cado di mano.
E non ho cuore che basti agli occhi, per ritrovarmi tutti i pezzetti.

Fanculo, dai.

L’ego, la collettività, il singolo, tutt'quant'.

Mai.
Più.