martedì 22 dicembre 2015

DI LETTERE, DI VIA VIA, DI GIU' LE MANI.


Questo è il Natale dei miei quarant’anni, gesù bambino.
Sta di fatto che, fino ad oggi, ho scritto un casino di letterine, ricevuto una montagna di libri e calzini e dischi e cappelli di lana col pompon.
Ma questo è l’anno in cui si narra sia diventata grande, e ci si aspetta abbia messo giudizio, e sia scesa una mezza metrata dalla quota astrazione a cui mi trovo da sempre. 
Tu, che dici? Io dico che di giudizio ne ho perso persino un po’, con quel dentone laggiù in fondo. La faccenda d’essere un pochino astratta va peggiorando, credo. Ci sono mattine che mi sento la faccia come un Picasso, per i pensieri che le stanno dietro. E grande – adulta, davvero – non lo sarò mai. Faccio cose da grande, ho responsabilità da adulta, ma mi abita dentro un friccicorino che appartiene ai miei nove anni – lo riconoscerei fra mille – e mi muove le gambe e la testa nelle direzioni più disparate.
Vabè. Facciamo così. Io ho smesso da tempo di farmene un problema. Mi hanno chiamata più volte strana che con il mio nome. Facciamo che anche tu la prendi bene? E adesso, ora che ho quarant’anni, ti becchi la letterina che mi sta a cuore. Quella che s’è scritta da sola, negli anni, tra un battere e un levare. Guarda se riesci a capirci qualcosa.

Vorrei che lasciassi tutto com’è. Questa è la prima cosa.
L’alba sul vecchio cortile, i colori che bisbigliano “scegli me”, il risveglio di pigiamini latte e starnuti, il bacio che sa di sonno, la gara di sputi nel lavandino.
L’auto piena di musica, l’auto piena di spazzatura, l’auto piena di costumi e scampoli e rotoli e bombolette, l’auto piena di valigie e palloni e coperte da metter su un prato.
Il parco così noioso, le giostre così pallose, il tempo che cerchi, quello che trovi, a chi grida più forte, a chi corre più veloce, a chi riesce a non ridere per prima.
L’amore quando c’è, l’amore quando torna. L'amore che non si dice, che si fa.
La notte con il vino e la chitarra, gli amici di sempre, le lucciole e il fuoco.
Baciare la pelle tra gli occhi, la curva del naso, quando i sogni stanno per entrare. I piedi intrecciati, quelli piccoli, quelli freddi, quelli morbidi e tondi.
Le mani strette. La febbre e la stanchezza. Le scuse per sfinirsi di coccole sotto il piumone.
Mia madre, mio padre. Mio fratello.

Lascia tutto lì, giù le zampe. Non mi pare giusto sbattersi tanto ad accumulare sintomi di felicità, se non si può nemmeno chiederti di tenerli al caldo.
Poi.

Vorrei allontanarmi tutta, di botto, da cose e persone che non amo. Fare, incontrare, frequentare.
Vabè, che discorsi, lo vorrebbero tutti – dirai tu. Ma mettici tutta quella storia dell’astrazione – ché tanto ormai me la sono giocata – e il fatto che te lo stia chiedendo nero su bianco. Vedi se puoi farci un pensierino. 
Via. Ma via, subito, e per sempre. 
Dai lagnosi, i piagnucolosi, croce dei miei giorni. Come dici? Ho detto croce? Uh. Scusa.
Dai rosiconi, acquattati dietro il loro sipario di bile come sorci in una dispensa. Guarda se puoi recapitargli due righe dove si spieghi come si sta al mondo.
Dagli ingrati, che abbassano lo sguardo sul loro petto pieno di tristezza. A loro, non so come la veda tu, io lascerei il disegnino di un poderoso dito medio, svettante verso il cielo, e giusto due parole: vai. affanculo.
Come dici? Dico le parolacce? Uh, gesù mio. Ancora non ti sei abituato? 
Parliamo di cose serie.
Via dai mentitori. Tanto vi sgamo sempre.
Via dagli immanenti. Quelli che mi squadrano dai sandali ai codini e mi chiedono perché – perché? – non abbia una vita simile alla loro. Tutti serrati nel loro essere prossimi alla perfezione terrena, in quanto modello universale si sentono in dovere di rompere il cazzo a me che – come s’accennava – sono strana. Per loro, nello specifico, stranissima. 
Che facciamo? Sì, ho detto cazzo. Che facciamo, glielo spieghi tu o li lasciamo sobbollire fino a riduzione? La seconda, vero? 
E poi ci si fa un’ampollina di robaccia puzzolente.

Via dai vili. Mi sono messa addosso un bel po’ di coraggio, in questi anni, e tu lo sai. Ho fatto cose che al solo pensiero mi tremavano i polsi e crollavano le ginocchia. Ho imparato, gesù bambino. Come avere moltissima paura, come tirare dritto ugualmente. Via, via subito, dai vili. Perché quando imparo qualcosa di così grande, io che grande non lo sarò mai, voglio che chi mi circonda provi – almeno provi – a fare altrettanto. 
Via dal tiepidume, io voglio essere fuoco. Via da chi gli incendi li spegne, ché abbiamo poco tempo per provocarne tanti. 

Tu me la dai, una mano? Piccoletto che te ne vieni al mondo, ogni anno, in mezzo a carta dorata e palline e lucette, nemmeno fosse natale?
Uh. Ho detto un’altra cazzata? Scusa, gesù. Ma io, qui, mi arrangio come posso, con quel che mi hai dato. Se fossi un verbo – diceva un amico – sarei barcamenarsi.

Fai solo che la rotta sia quella che dico io.

Che dici tu.
Che porta dove le cose belle stanno dove sono, insomma.
Dove i posti liberi della vita se li prende chi sa come usarla.

Dove c’è ancora tutto da fare, e ancora tutto – o quasi tutto – da provare.

martedì 7 luglio 2015

NON MI FREGATE.


Non mi fregate, con questa storia dei numeri.
Non m’importa, non me n’è mai importato nulla.
Sono su questa terra da quaranta anni. Ho sentito arrivare l’autunno quaranta volte. Ho scalciato via i sandali e fatto il primo tuffo, quaranta volte. Ho assaggiato quaranta volte la prima ciliegia. Ho addobbato quaranta alberi di natale. Ho ascoltato quaranta volte il racconto di mia madre – era un mattino di sole sul mare, e tu eri piccola e nera.
Ecco tutto, a voler mettere di mezzo i numeri.
E non m’importa, davvero.  
L’età è un numeretto scritto su una cartaccia. Noi siamo il vento che la porta dove vuole.  
Non m’importa quanto cammino ho fatto, quanto ne resta.
So la forma esatta dei miei piedi, conosco i nervi delle mie gambe, la posa sbilenca dei passi, come una papera molto veloce. So di poter correre moltissimo, e ne conosco i motivi. Di non saper muovere un passo, se ne manca il motivo. 
So perfettamente cosa stringo in mano. E non mi dispiace quello che ho lasciato. Le volte che ho perso. I giorni che ho sbagliato. 
So di aver scelto, sempre. E di aver preso con me tutte le conseguenze. 
So che tutto accade per caso, e niente dura. So che l’immaginazione è più potente di ogni sistema, e che dove c’è un sistema potente non può esserci immaginazione. 
So com’è fatto il dolore. L’ho guardato da molto vicino, e ho capito il suo sguardo. Là dove mi ha toccato, ora, c’è un bottone freddo e duro. So che a premerlo fa un male cane. Ma mi abita addosso, è qui dentro, è roba mia. 
So perfettamente che la felicità esiste. L’ho presa in mano due volte. E’ bianca di cosa nuova, è fatta di sangue, è diecimila odori che non sapevi esistessero prima. 
So che il senso c’è, ed è declinato ad ogni giorno, per ogni suo risveglio. 
So che c’è tempo, c’è sempre tempo. E se ti dicono che non avrai tempo, ti stanno mentendo.
So chi mente.
So chi ha paura. 
So chi vorrebbe essere abbracciato. 
So che seguire l’istinto provoca terremoti su cui sarò costretta a ballare per molto tempo. Ma ballare è uno dei motivi per cui sto al mondo, e so di doverlo fare molto, senza prevenirmi di cautele, di sobrietà, di vergogna. So che l’istinto è una legge, la mia. E ci ballo su.
So il tradimento. Il buio che fa. Conosco il modo, ormai, per non chiudermi tutta. Che entri, tutto quel freddo. A fare caldo, a fare luce, penso io.
So essere di molte persone, e di una sola. Ho imparato ad avere mani enormi, per carezze che non bastano mai, per schiaffi che vorrei risuonassero per sempre.
So la tenerezza, so dire vaffanculo.
So di aver imparato molto. Di aver molto dimenticato.
So parlare nuove lingue, con declinazioni diverse, un diverso modo di socchiudere gli occhi, di inclinare la testa. So che funziona così. Siamo animali semplici, siamo creature strane, siamo codici ben serrati da aprire con cautela. Siamo cose fragili senza il giusto verso per spedirci nel mondo. So la delicatezza. So farmi di pietra dura.
E non m’importa quanto dura si sia fatta la mia pelle, se camminare scalza non fa più male, e dai piedi ho imparato a lasciar salire tutto, diretto e intero e elettrico, al cuore. 
So di essere fatta di elettricità. Come il fulmine. So cosa mi ha portata qui, so che esiste un modo per spegnermi. Ma non m’importa. Non m’importa davvero.
Non mi fregate, con i numeri.
Non ha importanza il tempo, che gira e torna e chissà dove va a finire.
Io - qui, adesso – so che va tutto bene.
La guerra è finita.
Ho più istruzioni di quante ne abbia cercate.
Ho sempre più domande che risposte.
Ho ancora paura.
Ho molto più coraggio.
Ho quarant’anni.
E ho tutta me.

domenica 11 gennaio 2015

UNDICIGENNAIODUEMILAQUINDICI


Due anni fa - in quest'ora - con un calcio deciso m'hai detto che volevi nascere. 
Abbiamo attraversato la città in un fiume di sangue, in un batter di ciglia, in un'auto piena di paura: per il mio cuore - che esplodesse in un milione di pezzi - per il tuo cuore - che in tutta quella furia di sangue smettesse di battere. Un attimo prima d'incontrarti. In ascensore ho gridato a qualcuno: devo farla nascere, portatemi in sala. Mi hanno presa per matta. 
Mezz'ora dopo - in un torrente rosso, come una fucilata - ti ho spinta nel mondo. C'era la neve. 
Tu eri piccola e bianca come un fiocco. 
Piccola da stare in un palmo d'uomo. Da farti prendere il primo sonno nel cavo tiepido dell'ascella. Dormi ancora così, talvolta. Il musetto nel mio caldo odore selvatico, le braccia al collo. Ancora decidi per te, con un calcio. Ed io metto in guardia tutti, e sembro matta, e spingo, e ti metto nel mondo. Mi piace da morire, questo tuo cuore fatto di coraggio e tenerezza, di caparbia e piccole cose. Un coniglio di stoffa, una spada spuntata, mille pastelli. 
Tua sorella, gli abbracci, i morsi. Quel modo che avete di assaggiarvi e fidarvi. Quando mi metti negli occhi i tuoi occhi - color mare di grotta - e senza parlare mi dici tutto. 
Quando mi prendi a schiaffi strillando. 
Quando appena sveglia mi resti arrotolata sul petto come un gatto, a far finire i sogni, a far entrare il giorno. Sei un guerriero di pietra dura, tutto luminoso dentro. Così simile a me da durare fatica a riconoscerti, figlia. Come guardarsi in una fotografia che qualcuno ha scattato di nascosto. Sono io. Sei tu. Testarda, buona, buffa, casinista, generosa, iraconda. Buon compleanno, Anita. Figlia di sangue e neve. Nocciolo duro di frutto acerbo. Ridere di folletti. Sasso di fiume. Amore mio.