Questo è il Natale dei miei quarant’anni, gesù bambino.
Sta di fatto che, fino ad oggi, ho scritto un casino di letterine, ricevuto una
montagna di libri e calzini e dischi e cappelli di lana col pompon.
Ma questo è l’anno in cui si narra sia diventata grande, e ci si aspetta abbia
messo giudizio, e sia scesa una mezza metrata dalla quota astrazione a cui mi
trovo da sempre.
Tu, che dici? Io dico che di giudizio ne ho perso persino un
po’, con quel dentone laggiù in fondo. La faccenda d’essere un pochino astratta
va peggiorando, credo. Ci sono mattine che mi sento la faccia come un Picasso,
per i pensieri che le stanno dietro. E grande – adulta, davvero – non lo sarò
mai. Faccio cose da grande, ho responsabilità da adulta, ma mi abita dentro un
friccicorino che appartiene ai miei nove anni – lo riconoscerei fra mille – e
mi muove le gambe e la testa nelle direzioni più disparate.
Vabè. Facciamo così. Io ho smesso da tempo di farmene un problema. Mi hanno
chiamata più volte strana che con il mio nome. Facciamo che anche tu la prendi
bene? E adesso, ora che ho quarant’anni, ti becchi la letterina che mi sta a
cuore. Quella che s’è scritta da sola, negli anni, tra un battere e un levare.
Guarda se riesci a capirci qualcosa.
Vorrei che lasciassi tutto com’è. Questa è la prima cosa.
L’alba sul vecchio cortile, i colori che bisbigliano “scegli me”, il risveglio
di pigiamini latte e starnuti, il bacio che sa di sonno, la gara di sputi nel
lavandino.
L’auto piena di musica, l’auto piena di spazzatura, l’auto piena di costumi e scampoli e rotoli e bombolette, l’auto piena di valigie e palloni e coperte da
metter su un prato.
Il parco così noioso, le giostre così pallose, il tempo che
cerchi, quello che trovi, a chi grida più forte, a chi corre più veloce, a chi
riesce a non ridere per prima.
L’amore quando c’è, l’amore quando torna. L'amore che non si dice, che si fa.
La notte con il vino e la chitarra, gli amici di sempre, le
lucciole e il fuoco.
Baciare la pelle tra gli occhi, la curva del naso, quando i sogni stanno per
entrare. I piedi intrecciati, quelli piccoli, quelli freddi, quelli morbidi e
tondi.
Le mani strette. La febbre e la stanchezza. Le scuse per
sfinirsi di coccole sotto il piumone.
Mia madre, mio padre. Mio fratello.
Lascia tutto lì, giù le zampe. Non mi pare giusto sbattersi tanto ad
accumulare sintomi di felicità, se non si può nemmeno chiederti di tenerli al
caldo.
Poi.
Vorrei allontanarmi tutta, di botto, da cose e persone che non amo. Fare,
incontrare, frequentare.
Vabè, che discorsi, lo vorrebbero tutti – dirai tu. Ma mettici tutta quella
storia dell’astrazione – ché tanto ormai me la sono giocata – e il fatto che te
lo stia chiedendo nero su bianco. Vedi se puoi farci un pensierino.
Via. Ma via, subito, e per sempre.
Dai lagnosi, i piagnucolosi, croce dei miei giorni. Come dici? Ho detto croce?
Uh. Scusa.
Dai rosiconi, acquattati dietro il loro sipario di bile come sorci in una
dispensa. Guarda se puoi recapitargli due righe dove si spieghi come si sta al
mondo.
Dagli ingrati, che abbassano lo sguardo sul loro petto pieno di tristezza. A
loro, non so come la veda tu, io lascerei il disegnino di un poderoso dito
medio, svettante verso il cielo, e giusto due parole: vai. affanculo.
Come dici? Dico le parolacce? Uh, gesù mio. Ancora non ti
sei abituato?
Parliamo di cose serie.
Via dai mentitori. Tanto vi sgamo sempre.
Via dagli immanenti. Quelli che mi squadrano dai sandali ai
codini e mi chiedono perché – perché? – non abbia una vita simile alla loro. Tutti
serrati nel loro essere prossimi alla perfezione terrena, in quanto modello
universale si sentono in dovere di rompere il cazzo a me che – come s’accennava
– sono strana. Per loro, nello specifico, stranissima.
Che facciamo? Sì, ho
detto cazzo. Che facciamo, glielo spieghi tu o li lasciamo sobbollire fino a
riduzione? La seconda, vero?
E poi ci si fa un’ampollina di robaccia
puzzolente.
Via dai vili. Mi sono messa addosso un bel po’ di coraggio,
in questi anni, e tu lo sai. Ho fatto cose che al solo pensiero mi tremavano i
polsi e crollavano le ginocchia. Ho imparato, gesù bambino. Come avere
moltissima paura, come tirare dritto ugualmente. Via, via subito, dai vili.
Perché quando imparo qualcosa di così grande, io che grande non lo sarò mai,
voglio che chi mi circonda provi – almeno provi – a fare altrettanto.
Via dal
tiepidume, io voglio essere fuoco. Via da chi gli incendi li spegne, ché abbiamo
poco tempo per provocarne tanti.
Tu me la dai, una mano? Piccoletto che te ne vieni al mondo, ogni anno, in
mezzo a carta dorata e palline e lucette, nemmeno fosse natale?
Uh. Ho detto un’altra cazzata? Scusa, gesù. Ma io, qui, mi arrangio come posso,
con quel che mi hai dato. Se fossi un verbo – diceva un amico – sarei barcamenarsi.
Fai solo che la rotta sia quella che dico io.
Che dici tu.
Che porta dove le cose belle stanno dove sono, insomma.
Dove i posti liberi della vita se li prende chi sa come
usarla.
Dove c’è ancora tutto da fare, e ancora tutto – o quasi tutto – da provare.

4 commenti:
E' la più bella letterina a Gesù Bambino che abbia mai letto :-)
:-))))
Cara Chiara, che dire? Mi hai fatto pizzicare gli occhi di tenerezza e mi sono ritrovata in quei minuti di lettura, catapultata nella tua vita. Non crucciarti più di tanto! Sai, di quei tipi da te descritti è pieno il mondo! Ma anche di bei tipi come te! Un abbraccio virtuale. Patrizia
...ma non mi cruccio, sai... penso solo che sia arrivato il tempo di dire qualche vaffanculo! Grazie per le tue parole gentili :)
Un abbraccio a te!
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