venerdì 23 dicembre 2016

LETTERA A GESU' BAMBINO


Vedo cadere questa stella e non so più
cosa desiderare.
Lo vedi, siamo come cani.
Di fronte al mare.
(Francesco De Gregori)
Caro gesù bambino,
non abbiamo un gran rapporto, tu ed io.
Ti metto nel presepio, ti tolgo dal presepio, finisci in uno scatolino per il resto dell’anno. Qualche preghiera insieme alle mie figlie, giusto per spiegar loro che ci sei. Che ci sei stato. Che qualcosa di bello, in qualche modo, in qualche tempo, hai combinato. 
Mi vien voglia di parlar loro di te come di un rivoluzionario, più che d’un uomo santo. La teoria dell’evoluzione mal si sposa alla favola della mela e dell’arca e della vergine che ti partorisce – così che mi ritrovo a barcollare tra piccole bugie e mastodontici misteri, per convincere la loro giovane curiosità della tua esistenza – ma ogni sforzo sembra convergere nella domanda più semplice del mondo: come ha fatto, dio, a fare tutto in sette giorni? 
Caro gesù, io mica lo so, come ha fatto.
Tu lo sai, che ho smesso di credere a questa favola da tempo.
Ho smesso di credere in un sacco di cose.
Ma c’è di buono che – in questo tempo che passa rotondo e fa rughe di legno sul cuore – ho imparato a credere in molto altro.
Nel tempo stesso, come una ruota panoramica che ti spinge e ti mostra e ti solleva, finché c’è cielo da girare, finché hai occhi per guardare. 
Nell’età, no, non ho mai creduto. Gli anni che porti non sono che un numeretto scritto su una cartaccia, noi siamo il vento che la porta dove vuole.
Credo nella terra, nei semi, nella resurrezione dell’alba. Credo nell’utero, nel latte di madre, nel ventre scuro che da sangue si fa uomo, e donna, e promessa. 
Nelle promesse, no, non credo più. Non ne faccio, non ne accetto. 
Siamo poca cosa, siamo leoni senza denti, tutti. E le promesse che facciamo ci si perdono tra le zampe alla prima corsa che ci dica paura.
Credo ai legami. Di qualunque natura. Nella spinta sotterranea e potente che avvicina due esseri umani, stringe un nodo da qualche parte in fondo alla pancia, e li costringe a cercarsi, a mancarsi, a stringersi forte.
Agli abbracci. Di quanti abbracci ho bisogno, per salvarmi, ogni giorno. 
Non dire mai alle mie figlie, gesù piccolino, che quando le abbraccio sono io che mi aggrappo per non cadere. Che è il mio, il cuore da strizzare e tenere al caldo.
Credo alle domande dei bambini, alla rivelazione del loro intuito, al semplice guardare senza cambiare nulla. 
Un dinosauro è un dinosauro è un dinosauro. Ma viene prima o dopo Noè?
Mica lo so, io.
Caro gesù bambino, più vado avanti, meno cose so. 
Come sbozzare un blocco di marmo, e procedere a piccoli tocchi di scalpello, e lentamente ne esce una figura, e all’ultimo non rimane che un uomo nudo. 
Io sono quel nudo biancore, con gli occhi sgranati, tutta dura come pietra.
Ma questa letterina voglio che tu la legga.
Ho desideri meno di pochi, ma forti e lucidi.
Più che per chiedere, sai, per conservare.
Gli occhi, ad esempio. Che restino così come me li hai accesi. Che io abbia sempre qualcosa da disegnare sui vetri appannati dal freddo.
Le parole. Che mi assomiglino.
Le mani. Che sappiano sempre misurarsi con una carezza, con una matita, con uno schiaffo. Con una stretta forte e un battere e levare.
Le solitudini perfette. Le gioie pericolose.
Gli abissi, che sono l’inizio di astri e deserti che restituiscono la misura ai miei giorni.
L’immaginazione.
L’incanto e la disperazione.
Saper essere madre e saper essere libera.
Sapere il ridere e il pianto, in uguale misura, con la stessa rumorosa scintilla che libera fuochi grandi come comete.
L’avevi davvero, tu, quella cometa?
A questo ho sempre creduto.
Deve pur esserci, in qualche posto, una luce che ci passa sopra la testa e ci dice dove andare. Dove ricominciare a nascere, dove venire a vivere.
Anche se a dirla tutta, gesù piccolino, il più dei giorni pare d’essere una barchetta di carta presa a schiaffi dal mare.
Ognuno ha la stella polare che può, la cometa che riesce a immaginare.
Io ho me stessa, e mi basta.
Ma la lettera che ti scrivo oggi, come vedi, è tutta piena di quello che ho già.
Nessun regalo, sai. Ogni cosa è nata da quello scalpello, con violenza e con amore. Dal biancore stupito di me.
Tu, conservala.
Tienimi accanto chi mi abbraccia, lascia che si avvicini chi mi assomiglia, conserva i legami, difendi i bambini.
Così che ci sia sempre una notte di natale per dire maldestre bugie, 
posare un bacio su una guancia accesa, e dire piano:
ora chiudi gli occhi, tra poco arriva gesù.

martedì 12 aprile 2016

LETTERA AI TUOI SEI ANNI


"Il vederla è un quadro
sentirla una canzone
innocente come giugno
conoscerla un eccesso
non conoscerla una pena
averla come amica
un calore tanto vicino
come se il sole
ti splendesse in mano."

(Emily Dickinson)

In un attimo, in un giro di vento, sei cresciuta. 
Sei alta come un alberello, sai fare quasi tutto. Capisci, tutto.
Stanotte compi sei anni.
Quando è arrivata la lettera di iscrizione alla prima elementare, ho dovuto farmi passare un magone lungo tre giorni.
Perché è da qui, che comincia. La storia di te nel mondo, le strade che sceglierai, il tuo andare sola incontro ai giorni. Se penso a te, oggi, vedo quel tuo andare morbido, le spalle tonde e fiere, la testa che si gira a guardarmi, il tuo correre via da qualche parte, ridendo.
Sono io, che devo cominciare a lasciarti la mano.
E non ne sono ancora capace.
Così, oggi che hai sei anni, ti racconto qualcosa di quel poco che so, che ho capito, di questo essere grandi. Come se passarti un gruzzolo di consigli, e fare finta che li userai, mi consolasse di non poter essere ancora io a scegliere per te. Non per molto.
Allora ascolta, piccola donna.
Sei nata piena di grazia, di bellezza, di forza creativa, di energia buona. Non sono stata io, a farlo. Ti sei fatta tu, così.
I tuoi talenti e la tua intelligenza sono quanto di più prezioso avrai mai, per fare della tua vita quello che vuoi che sia. E sono solo tra le tue mani. Nessuno – nemmeno io – può decidere di farne briciole o montagne: solo tu, bambina.
Hai intorno un mondo fatto a rovescio. Tu che parti dalle mie braccia con un paniere pieno d’amore, avrai a che fare con fatti e persone che non sapranno che farsene. I cattivi, sai, esistono. E il nostro primo compito, di esseri umani, di ogni razza e sesso, è fare che perdano.
Qualunque vita sceglierai per te, questa è la prima regola: proteggere chi ha bisogno, sostenere chi fa cose buone, lottare contro chi sceglie il male. Senza paura, mai.
Perché per quanto il mondo, talvolta, si perda e si rovesci, per quanto il male esista e possa essere potente – ascolta, ascolta, ascolta bambina – l’amore è più forte. Il tuo amore, che fai crescere con te, è molto più forte.
Usalo, stropiccialo, stringilo, regalalo, gridalo forte. Il cuore è un muscolo, bambina: allenalo a contenere tutto, fallo andare, fidati di lui.
Avrai un lavoro. Ti capiterà, o lo sceglierai.
Fai, se puoi, che sia una scelta. Ti sembrerà difficile, ma no – piccola - non lo è.
Le tue mani sono legate al tuo cervello con un filo rosso, fatto di sangue e istinto. Prova a seguirlo, ti racconterà chi sei. Cosa sai fare, cosa puoi tentare, fino a dove spingerti. 
Arriva fino in fondo, senza paura, e fai in modo che – ovunque sia il posto dove ti fermerai – tu possa dire: ho fatto del mio meglio.
Avrai un lavoro, e lo farai con onestà e con passione. Ma ascolta – ascolta – il tuo lavoro non sarà la tua vita. Le correrà addosso, la impegnerà per molto tempo, talvolta la ingombrerà tanto da durare fatica a riconoscerla. Ma sarà sempre e solo un lavoro.
A meno che tu non scopra un nuovo universo, o una cura per molte malattie. A meno che tu non sia destinata a salvarci, amore, lascia che lavorare sia un fatto semplice e leggero. Che occupi il tuo tempo senza riempire il tuo cuore.
Alla fine di questa lunghissima corsa, sai, quello che lascerai dietro di te non avrà nulla a che fare con il lavoro che avrai fatto.
Siamo come stelle, bambina. Compiamo un arco enorme nello spazio, e al nostro spegnerci lasciamo una luce, che ci sopravvive per molto tempo. E’ fatta delle piccole cose buone che abbiamo saputo fare, delle carezze che abbiamo dato, dei gesti gentili, dell’essere state donne giuste e giuste amiche e figlie e madri, del nostro essere stati onesti e generosi. Lasciamo ricordi di risate, di torte appena sfornate, di mani strette, di lettere, di baci.
Non badare troppo al tuo aspetto.
Sei bella, ti verrà chiesto di esserlo sempre, e sempre di più.
C’è chi pensa che la bellezza sia un valore, e che come tale vada conservata. Non è così. La bellezza è un caso, talvolta un vantaggio, altre volte un ostacolo. I tuoi enormi occhi grigi saranno la prima cosa che parlerà di te, sono occhi da innamorare, e tu dovrai sapere che fare dello stupore che solleveranno.
Non perdere troppo tempo a scegliere come vestirti, non rubare ore al mattino per dipingerti occhi e bocca, non costringerti a camminare dentro scarpe scomode o a perdere il fiato per una gonna stretta. Bada ad essere ordinata, semplice, pulita. Fai che gli abiti che scegli assomiglino a chi sei: l’eleganza è uno stato d’animo, e come quasi tutto – ascolta, ascolta – nasce dalla tua testa.
Abbi cura del tuo corpo senza vanità, ti accompagnerà per moltissimo tempo e dovrà portarti ovunque tu debba e voglia andare. Proteggi le tue mani, sii gentile con la tua schiena, riposa gli occhi, mangia di tutto e con piacere, senza esagerare, senza privazioni. Dormi il necessario, svegliati presto. Fai uno sport che ti renda felice. Avrai bisogno del tuo corpo per accogliere la vita, un giorno: sii morbida, fai buono il tuo sangue.
Sei molto bella, figlia. Ma quando entrerai in una stanza, quella sospensione di silenzio che seguirà, lo sguardo di stupore che riceverai dalle persone, non saranno merito della tua bellezza: tu hai dentro una luce potentissima – ce l’ho messa io, io la conosco. Non si accende con il trucco, non si spegne con le rughe. E’ qualcosa che ti porti dietro dalla mia pancia, e che farà sì che – ovunque tu vada – la gente si chieda chi sei, e voglia averti vicina. Conservala, tieniti accesa, sii fuoco e scintille.
Scegli, bambina. Hai tutto quello che serve per poterlo fare. Scegli.
Gli incontri, i ritorni, le mani da stringere, quelle da fare a pugni. Scegli la via più onesta, non la più conveniente. Scegli il percorso più saggio, non il più breve. Scegli di rischiare, scegli di giocare. Troppo è per poco, e non basta ancora. Usala tutta, la vita che hai. Non risparmiare su nulla, non risparmiarti.
Leggi molti buoni libri, guarda molti buoni film, ascolta musica buona. Saziati del talento degli altri. Metti tutto in fondo alla pancia, e lascia che faccia terra fertile: è lì che abitano i tuoi semi, da lì crescerà quello che sarai. Impara molte lingue. Le parole sono importanti, e devi poter scegliere le più giuste, in qualunque angolo di mondo.
Non aspettare riconoscenza.
La riconoscenza non esiste, in natura. Gli animali non ne conoscono il significato, loro vincono o perdono, mangiano o sono mangiati.
L’uomo, la donna che tu sei, tutti noi, siamo una specie di animale assai strano.
Siamo gazzelle con le gambe corte, siamo leoni con le unghie smaltate di fresco, delle bestie abbiamo la fame e il freddo, il sonno, il bisogno di sbadigliare, di grattarsi. Poco altro.
Nessuna riconoscenza, ricordalo bene. Ma - ascolta - cerca solo di riconoscerla quando ti giungerà. Inattesa e roboante, colma di tenerezza, zeppa d’umanità come solo noi uomini, noi donne, sappiamo.
Fidati di me, piccola.
Non sarà facile, non sarà subito, non sarà ogni volta.
Ma fidati.
Di me, degli animali che avrai intorno, dei bivi delle risalite dei dirupi dei passaggi delle mani tese delle dita alzate dei baci dei vaffanculo delle carezze delle luci del mal di piedi del coraggio.
Di te stessa.
Di questa lettera in tasca.
Che è la mia mano stretta alla tua, è la mia voce che ti dice: sono qui.
Diffida della ferocia e concedi tenerezza alla tenerezza.
Diffida dell’ottusità, concedi sguardi agli sguardi.
Diffida del vociare sommesso, e grida forte per quello in cui credi.
Non temere d’innamorarti, non temere chi ti ama. 
Amor ch’a nullo amato amar perdona, diceva.
Tu innamorati di tutto.
E adesso, vai.
Spalle rotonde, gambe di burro.
Fammi vedere come corri.
Corri, ridi, corri, corri.
Sarai una meravigliosa adulta. 

martedì 22 dicembre 2015

DI LETTERE, DI VIA VIA, DI GIU' LE MANI.


Questo è il Natale dei miei quarant’anni, gesù bambino.
Sta di fatto che, fino ad oggi, ho scritto un casino di letterine, ricevuto una montagna di libri e calzini e dischi e cappelli di lana col pompon.
Ma questo è l’anno in cui si narra sia diventata grande, e ci si aspetta abbia messo giudizio, e sia scesa una mezza metrata dalla quota astrazione a cui mi trovo da sempre. 
Tu, che dici? Io dico che di giudizio ne ho perso persino un po’, con quel dentone laggiù in fondo. La faccenda d’essere un pochino astratta va peggiorando, credo. Ci sono mattine che mi sento la faccia come un Picasso, per i pensieri che le stanno dietro. E grande – adulta, davvero – non lo sarò mai. Faccio cose da grande, ho responsabilità da adulta, ma mi abita dentro un friccicorino che appartiene ai miei nove anni – lo riconoscerei fra mille – e mi muove le gambe e la testa nelle direzioni più disparate.
Vabè. Facciamo così. Io ho smesso da tempo di farmene un problema. Mi hanno chiamata più volte strana che con il mio nome. Facciamo che anche tu la prendi bene? E adesso, ora che ho quarant’anni, ti becchi la letterina che mi sta a cuore. Quella che s’è scritta da sola, negli anni, tra un battere e un levare. Guarda se riesci a capirci qualcosa.

Vorrei che lasciassi tutto com’è. Questa è la prima cosa.
L’alba sul vecchio cortile, i colori che bisbigliano “scegli me”, il risveglio di pigiamini latte e starnuti, il bacio che sa di sonno, la gara di sputi nel lavandino.
L’auto piena di musica, l’auto piena di spazzatura, l’auto piena di costumi e scampoli e rotoli e bombolette, l’auto piena di valigie e palloni e coperte da metter su un prato.
Il parco così noioso, le giostre così pallose, il tempo che cerchi, quello che trovi, a chi grida più forte, a chi corre più veloce, a chi riesce a non ridere per prima.
L’amore quando c’è, l’amore quando torna. L'amore che non si dice, che si fa.
La notte con il vino e la chitarra, gli amici di sempre, le lucciole e il fuoco.
Baciare la pelle tra gli occhi, la curva del naso, quando i sogni stanno per entrare. I piedi intrecciati, quelli piccoli, quelli freddi, quelli morbidi e tondi.
Le mani strette. La febbre e la stanchezza. Le scuse per sfinirsi di coccole sotto il piumone.
Mia madre, mio padre. Mio fratello.

Lascia tutto lì, giù le zampe. Non mi pare giusto sbattersi tanto ad accumulare sintomi di felicità, se non si può nemmeno chiederti di tenerli al caldo.
Poi.

Vorrei allontanarmi tutta, di botto, da cose e persone che non amo. Fare, incontrare, frequentare.
Vabè, che discorsi, lo vorrebbero tutti – dirai tu. Ma mettici tutta quella storia dell’astrazione – ché tanto ormai me la sono giocata – e il fatto che te lo stia chiedendo nero su bianco. Vedi se puoi farci un pensierino. 
Via. Ma via, subito, e per sempre. 
Dai lagnosi, i piagnucolosi, croce dei miei giorni. Come dici? Ho detto croce? Uh. Scusa.
Dai rosiconi, acquattati dietro il loro sipario di bile come sorci in una dispensa. Guarda se puoi recapitargli due righe dove si spieghi come si sta al mondo.
Dagli ingrati, che abbassano lo sguardo sul loro petto pieno di tristezza. A loro, non so come la veda tu, io lascerei il disegnino di un poderoso dito medio, svettante verso il cielo, e giusto due parole: vai. affanculo.
Come dici? Dico le parolacce? Uh, gesù mio. Ancora non ti sei abituato? 
Parliamo di cose serie.
Via dai mentitori. Tanto vi sgamo sempre.
Via dagli immanenti. Quelli che mi squadrano dai sandali ai codini e mi chiedono perché – perché? – non abbia una vita simile alla loro. Tutti serrati nel loro essere prossimi alla perfezione terrena, in quanto modello universale si sentono in dovere di rompere il cazzo a me che – come s’accennava – sono strana. Per loro, nello specifico, stranissima. 
Che facciamo? Sì, ho detto cazzo. Che facciamo, glielo spieghi tu o li lasciamo sobbollire fino a riduzione? La seconda, vero? 
E poi ci si fa un’ampollina di robaccia puzzolente.

Via dai vili. Mi sono messa addosso un bel po’ di coraggio, in questi anni, e tu lo sai. Ho fatto cose che al solo pensiero mi tremavano i polsi e crollavano le ginocchia. Ho imparato, gesù bambino. Come avere moltissima paura, come tirare dritto ugualmente. Via, via subito, dai vili. Perché quando imparo qualcosa di così grande, io che grande non lo sarò mai, voglio che chi mi circonda provi – almeno provi – a fare altrettanto. 
Via dal tiepidume, io voglio essere fuoco. Via da chi gli incendi li spegne, ché abbiamo poco tempo per provocarne tanti. 

Tu me la dai, una mano? Piccoletto che te ne vieni al mondo, ogni anno, in mezzo a carta dorata e palline e lucette, nemmeno fosse natale?
Uh. Ho detto un’altra cazzata? Scusa, gesù. Ma io, qui, mi arrangio come posso, con quel che mi hai dato. Se fossi un verbo – diceva un amico – sarei barcamenarsi.

Fai solo che la rotta sia quella che dico io.

Che dici tu.
Che porta dove le cose belle stanno dove sono, insomma.
Dove i posti liberi della vita se li prende chi sa come usarla.

Dove c’è ancora tutto da fare, e ancora tutto – o quasi tutto – da provare.

martedì 7 luglio 2015

NON MI FREGATE.


Non mi fregate, con questa storia dei numeri.
Non m’importa, non me n’è mai importato nulla.
Sono su questa terra da quaranta anni. Ho sentito arrivare l’autunno quaranta volte. Ho scalciato via i sandali e fatto il primo tuffo, quaranta volte. Ho assaggiato quaranta volte la prima ciliegia. Ho addobbato quaranta alberi di natale. Ho ascoltato quaranta volte il racconto di mia madre – era un mattino di sole sul mare, e tu eri piccola e nera.
Ecco tutto, a voler mettere di mezzo i numeri.
E non m’importa, davvero.  
L’età è un numeretto scritto su una cartaccia. Noi siamo il vento che la porta dove vuole.  
Non m’importa quanto cammino ho fatto, quanto ne resta.
So la forma esatta dei miei piedi, conosco i nervi delle mie gambe, la posa sbilenca dei passi, come una papera molto veloce. So di poter correre moltissimo, e ne conosco i motivi. Di non saper muovere un passo, se ne manca il motivo. 
So perfettamente cosa stringo in mano. E non mi dispiace quello che ho lasciato. Le volte che ho perso. I giorni che ho sbagliato. 
So di aver scelto, sempre. E di aver preso con me tutte le conseguenze. 
So che tutto accade per caso, e niente dura. So che l’immaginazione è più potente di ogni sistema, e che dove c’è un sistema potente non può esserci immaginazione. 
So com’è fatto il dolore. L’ho guardato da molto vicino, e ho capito il suo sguardo. Là dove mi ha toccato, ora, c’è un bottone freddo e duro. So che a premerlo fa un male cane. Ma mi abita addosso, è qui dentro, è roba mia. 
So perfettamente che la felicità esiste. L’ho presa in mano due volte. E’ bianca di cosa nuova, è fatta di sangue, è diecimila odori che non sapevi esistessero prima. 
So che il senso c’è, ed è declinato ad ogni giorno, per ogni suo risveglio. 
So che c’è tempo, c’è sempre tempo. E se ti dicono che non avrai tempo, ti stanno mentendo.
So chi mente.
So chi ha paura. 
So chi vorrebbe essere abbracciato. 
So che seguire l’istinto provoca terremoti su cui sarò costretta a ballare per molto tempo. Ma ballare è uno dei motivi per cui sto al mondo, e so di doverlo fare molto, senza prevenirmi di cautele, di sobrietà, di vergogna. So che l’istinto è una legge, la mia. E ci ballo su.
So il tradimento. Il buio che fa. Conosco il modo, ormai, per non chiudermi tutta. Che entri, tutto quel freddo. A fare caldo, a fare luce, penso io.
So essere di molte persone, e di una sola. Ho imparato ad avere mani enormi, per carezze che non bastano mai, per schiaffi che vorrei risuonassero per sempre.
So la tenerezza, so dire vaffanculo.
So di aver imparato molto. Di aver molto dimenticato.
So parlare nuove lingue, con declinazioni diverse, un diverso modo di socchiudere gli occhi, di inclinare la testa. So che funziona così. Siamo animali semplici, siamo creature strane, siamo codici ben serrati da aprire con cautela. Siamo cose fragili senza il giusto verso per spedirci nel mondo. So la delicatezza. So farmi di pietra dura.
E non m’importa quanto dura si sia fatta la mia pelle, se camminare scalza non fa più male, e dai piedi ho imparato a lasciar salire tutto, diretto e intero e elettrico, al cuore. 
So di essere fatta di elettricità. Come il fulmine. So cosa mi ha portata qui, so che esiste un modo per spegnermi. Ma non m’importa. Non m’importa davvero.
Non mi fregate, con i numeri.
Non ha importanza il tempo, che gira e torna e chissà dove va a finire.
Io - qui, adesso – so che va tutto bene.
La guerra è finita.
Ho più istruzioni di quante ne abbia cercate.
Ho sempre più domande che risposte.
Ho ancora paura.
Ho molto più coraggio.
Ho quarant’anni.
E ho tutta me.

domenica 11 gennaio 2015

UNDICIGENNAIODUEMILAQUINDICI


Due anni fa - in quest'ora - con un calcio deciso m'hai detto che volevi nascere. 
Abbiamo attraversato la città in un fiume di sangue, in un batter di ciglia, in un'auto piena di paura: per il mio cuore - che esplodesse in un milione di pezzi - per il tuo cuore - che in tutta quella furia di sangue smettesse di battere. Un attimo prima d'incontrarti. In ascensore ho gridato a qualcuno: devo farla nascere, portatemi in sala. Mi hanno presa per matta. 
Mezz'ora dopo - in un torrente rosso, come una fucilata - ti ho spinta nel mondo. C'era la neve. 
Tu eri piccola e bianca come un fiocco. 
Piccola da stare in un palmo d'uomo. Da farti prendere il primo sonno nel cavo tiepido dell'ascella. Dormi ancora così, talvolta. Il musetto nel mio caldo odore selvatico, le braccia al collo. Ancora decidi per te, con un calcio. Ed io metto in guardia tutti, e sembro matta, e spingo, e ti metto nel mondo. Mi piace da morire, questo tuo cuore fatto di coraggio e tenerezza, di caparbia e piccole cose. Un coniglio di stoffa, una spada spuntata, mille pastelli. 
Tua sorella, gli abbracci, i morsi. Quel modo che avete di assaggiarvi e fidarvi. Quando mi metti negli occhi i tuoi occhi - color mare di grotta - e senza parlare mi dici tutto. 
Quando mi prendi a schiaffi strillando. 
Quando appena sveglia mi resti arrotolata sul petto come un gatto, a far finire i sogni, a far entrare il giorno. Sei un guerriero di pietra dura, tutto luminoso dentro. Così simile a me da durare fatica a riconoscerti, figlia. Come guardarsi in una fotografia che qualcuno ha scattato di nascosto. Sono io. Sei tu. Testarda, buona, buffa, casinista, generosa, iraconda. Buon compleanno, Anita. Figlia di sangue e neve. Nocciolo duro di frutto acerbo. Ridere di folletti. Sasso di fiume. Amore mio.

mercoledì 9 luglio 2014

CURRICULUM VITAE
(o di quando a trentanove anni riuscii finalmente a riassumermi)


Sono nata a Genova, trentanove anni fa.
Si comincia sempre così.

Mia madre si è cavata il cuore dal petto per darmi alla luce, serrata e sola per un giorno ed una notte in uno sgabuzzino da scope – così narra la leggenda – in un ospedale abbarbicato su uno scoglio a dritta sul mare. 

In poche parole sono la protagonista indiscussa d’una vecchia canzone – tu che sei nata dove c’è sempre il sole/ sopra uno scoglio eccetera – solo che lì qualcuno ha sbagliato il mese.
Fatta eccezione per una certa mansuetudine iniziale, erroneamente confusa con abulìa – eri un vaso di fiori che dove ti mettevo stavi – sono cresciuta in beltà e virtù, secondo tutti i parametri pediatrici e le tabelle percentili, come testimoniano centinaia di quadernetti ciancicati dove si registra con maniacale puntualità ogni cacca, pappa e pesata del mio glorioso esordio nel mondo.
Pare che la prima e principale attività cui mi sia dedicata – appena acquisita una pur goffa deambulazione ed un vago accenno di coscienza – sia stata quella di disegnare. Il destino abita i nostri primi anni, li colonizza, e non li molla più.
Disegnare in maniera forsennata, con ogni mezzo e su ogni superficie, dimostrando fin da subito abilità prossime all’eccellenza – tanto da suscitare le grida al miracolo da parte delle suorine dell’asilo. Monache benedette che mi cavarono d’impaccio ben più d’una volta – un tubetto di Paperino’s alla fragola ingurgitato per intero, nascosta nell’armadietto dei cappotti – ma che su consiglio della squinternata nonna materna, presi a chiamare con appellativi tanto scandalosi da risultare irripetibili. Se penso al tracollo mistico che ti colse negli ultimi anni – nonnina – non mi par vero che, allora, tu fossi tanto illuminata.
La prima infanzia è dunque riassumibile in queste poche parole: contusioni multiple a causa di un’irreparabile incapacità nel gestire il mio corpo nello spazio, attitudine ad ingoiare sostanze non commestibili e/o dannose e/o letali, inclinazione al volo di fantasia e alla sua riproduzione istantanea su carta e/o muro e/o parti del corpo.
La mia posizione nell’ambito familiare cambia drasticamente con l’avvento di mio fratello: gioiosa palla di lardo allietata da enormi occhi verdi (gli occhi della mia famiglia tendono ad essere di un buon 50% fuori taglia rispetto alla media mondiale), nove anni in meno e nove chili in più fin dalla nascita, cattivissimo, incazzato, dotato di una dentatura aggressiva e canina. Ben lungi dalla presunta abulìa della sottoscritta - bensì dotato di una tormentosa vitalità aliena - torna nella memoria come un troll biondo di due mele o poco più, infagottato nei miei dismessi babydoll hippie, spesso usato come fermaporte nei giorni di maestrale.
I primi impieghi nel contesto familiare variano dai più comuni affaccendamenti intorno alla naturale entropia di oggetti e piatti e giocattoli, al pigiare l’uva con i piedi e ubriacarmi con il mosto (prima sbronza a sette anni: il destino abita i nostri primi anni, li colonizza, e blablabla), a staccare a testate i denti di mio fratello dalla spalla di qualche ospite, fino a compiti di maggiore responsabilità come scrivere la sceneggiatura della recita di natale, primo passo verso una brillante carriera di temi in classe tuttora incorniciati e lustri in casa della centenaria adorante maestra Bice.
Ci fu un certo tempo buio – così come in ogni storia che si rispetti – in perfetta corrispondenza con l’ingresso alle scuole medie, trauma triennale da cui non mi sono mai ripresa del tutto. Innanzitutto la repentina messa al bando dei miei codini con le ciliegie intorno, degli acquarelli tutti arcobaleno e farfalle e mammapapà, della fetta di torta fatta in casa – a favore di nuovi guazzabugli estetici (quanta oscenità hanno concepito gli anni 80, medioevo della moda), diari gonfi come hamburger fitti di uniposca e adesivi di cioè, sacchettoni di patatine deliziose dove infilare il braccio e cavare con orrore e gioia un litro di unto e una manina appiccicosa da tirare sul muro.
In seconda battuta l’impeto ormonale al suo esordio, croce e delizia d’ogni adolescente, stato confusionale capace di cucinarti a fuoco lento in un rimestare orrendo di sudori, brufoli e languori, fino al gran finale – l’apocalisse annunciato, il grande boh, l’evento più atteso e temuto – il terribilissimo menarca. Che detto così pare una farfalla di graziosi colori, lo diresti qualcosa di lieve e gioioso, quando invece costituisce l’inizio d’un calvario lungo una vita: il primo stillare di litri e litri di sangue perduto per sempre nelle mutande, l’assurda progettazione fallata d’un mancato concepimento: era necessario liquidare l’ovetto in disuso portandosi appresso anche tutta la tappezzeria? Ogni mese? Pare di sì.
Ma questa faccenda, quella prima notte in cui godi del pannolone alto come un bestseller che tua madre ti ha messo con rituale commossa complicità, questa atroce verità nemmeno la immagini.
Sei femmina. Sei profondamente femmina. Sei una donna. Il fatto che questo sia per molti versi un limite non ti sfiora nemmeno lontanamente.
La situazione migliora nettamente appena varcato il portone del liceo. Fatto un rapido calcolo delle doti in mio possesso, vengo spedita al classico. Piccola città, piano sopra dell’asilo: non più suore, ma distinti rappresentanti di comunione&liberazione, capitanati da un prete segaligno e rigido come un bastone da tende, capace di rivolgerti ringhi sommessi e rifilarti voti più bassi se non presenzi alla messa mattutina. Io non presenziavo. E avevo voti bassi nella sua materia.
Non me n’è mai fregato niente, scrivevo temi di tale bellezza da persuadere l’intero corpo docenti, a botte di 10 e lode in italiano, della mia validità di studente. Il fatto che oggi abbia tre blog su cui vomitare parole a periodi alterni – tolto che nessuno sa dirmi se sia una sindrome da cui si guarisce, o se continuerò a scrivere al vento fino alle soglie della cataratta – discende direttamente da lì: scrivi meravigliosamente, disegni meravigliosamente, e blablabla. Per vent’anni di scuole, quali che fossero. 
E’ il sistema scolastico, che mi ha rovinata.
A sedici anni, poi, SBAMM. Papà che entra in casa, una bella sera di primavera, e dice: saluta tutto, ragazzina. Dì ciao ciao alla tua scuola, ai tuoi amici, al tuo primo fidanzato, ai boy scout, al mare. Metti un bel cerotto lì dove fa male, prepara la valigia con dentro tutta la tua vita, ce ne andiamo a Milano.
Tutti? Tutti.
Ora.
Il cerotto – com’è ovvio, com’è nella natura di tutti i cerotti, figuriamoci uno messo sul cuore con tutto quel battere e levare – se n’è venuto via che nemmeno ero arrivata a Pavia.
Io ho preso a sanguinare come un maiale appeso, indecentemente e senza ritegno, e sono andata avanti a farlo per un anno intero. Seduta su un bus lercio diretto a un nuovo liceo senza preti ma zeppo di marziani, umani evoluti in forme a me sconosciute, dotati di un linguaggio incomprensibile e di grosse canne caricate a erba e di istinti sessuali ben differenti rispetto alla limonata in riva al mare – nascosti protetti dalla schiena rovesciata d’una barca – che praticavo teneramente con quel fidanzato che ciao ciao.
Sangue e lacrime, a secchiate. Per un anno.
Mi alzavo il mattino, realizzavo che non fosse un brutto sogno, e annusavo l’aria intorno a me per cercare il mare. Che non c’era. Che non c’è.
Come un punto cardinale perduto, roba da smarrirsi ogni momento, da sentirsi soli come cani in tangenziale.
Un anno.
Poi – una bella sera di primavera – entro in casa e strillo: sai che c’è, giacché son qui – giacché mi ci avete portato con la scusa d’un cerotto che non valeva un cazzo – io mollo tutto e ricomincio.
Okay, dicono. Che altro potevano dire. Al mucchio d’ossa e fatica che ero.
In due anni, disegnando e fumando ininterrottamente come un impressionista suicida, ho messo in tasca il diploma artistico. Ho comprato una vespetta bianca con la predisposizione alle multe già nel numero di telaio, ho mandato a fanculo i bus lerci e le mani lerce e i pensieri lerci, e me ne sono andata a Brera. Scoppiettando e fumando come un caminetto acceso.
C’è sempre un punto – una riga – in ogni curriculum che si rispetti, dove gli eventi prendono improvvisamente a scapicollare con rapidità, si ammucchiano l’uno addosso all’altro, si tamponano allegramente per dar luogo ad accrocchi improvvisati di quasi felicità. A vent’anni, io ero questo.
Un incidente di palline da flipper, di bocce, di aquiloni in cielo.
Che un mattino mi sono alzata – nel caos primordiale d’una stanzetta odorosa di vernice ad olio e gauloises e sandali vecchi – e non ho più pensato a che brutto sogno stessi sognando. Non ho cercato il mare, solo mi sono ricordata che no, non era lì. Ho guardato intorno  – dio, il cazzo di casino che c’era in quella camera – e ho trovato tracce di buono dappertutto.
Amici. Gli stessi che ho intorno adesso, alcuni andati, altri persi nell’eco d’un comprensibile vaffanculo.
Amore. Lo stesso che ho adesso.
Vent’anni a prendersi e sparire e tornare e abbandonarsi e rincorrersi e mandarsi al diavolo, finché un giorno non l’ho sposato. E abbiamo continuato a prenderci e sparire e tornare e abbandonarci e rincorrerci e mandarci al diavolo, ma lo facciamo con un anello al dito, una casa intorno, molta vita addosso, qualche ruga in più ed un paio di figlie.
Lavoro. Lo stesso che ho adesso. Quello che risponde suppergiù alla domanda: cosa vuoi fare da grande? Qualcosa che suona come giocare.
Mi sono impiegata come titolare unica di me stessa – come unico titolo quello che le mie mani sanno fare quando s’inchinano al cervello – nel settore inesistente e tangibilissimo delle faccende d’arte e spettacolo. Da subito, dal primo passo fuori dal portone con una laurea stupida sotto braccio, mi sono acquattata tra le assi d’un palco, e ho cominciato a guardare, e poi fare. Prima guardare, poi fare. E ho fatto di tutto.
Dice mio padre: se penso a te, t’immagino che t’infili in qualche buco sotterraneo e ne esci carica di roba improbabile, sempre diversa, con cui farai qualcosa d’immaginifico.
E così ho dipinto elmi di cuoio e corazze di stagno, ho cucito per chilometri di dita bucherellate – fino a decidere che ci sarebbe sempre stato chi avrebbe cucito per me – ho disegnato eserciti di cantanti e attori e cialtroni in costumi d’ogni età – ho impastato tonnellate di cartapesta e incollato ettari di velina e pasticciato con le resine il silicone lo smalto la gomma, ho vissuto su una graticcia per un tempo complessivo che è già una vita, ho costruito totem di immondizia e giganti di cartone e scenografie di stoffa e legno, sono stata seduta sulla scaletta di un camper a fumare per un totale di seicentoventinove sigarette, ho raccattato stivali da corazziere e vesti da regina e stracci da contadini e cappelli ed elmi e caschi d’astronauta e gonne di crinolina e piume e occhiali e tutù e ancora vasellame secchi scope poltrone lampade jukebox.
Ho lavorato con tantissimi soldi e con pochissimi soldi. Per tantissimi soldi e per nulla. Ho incontrato persone meravigliose, e vere e proprie merde. Le prime, sono diventate parte della mia vita, e non c’è aiuto o favore che negherei loro nemmeno se mi costasse tre notti di sonno. Le seconde, misericordiosamente, le ho scartate e superate senza schiacciarle. Mica vero, che porta fortuna. Lasciarle lì, che si secchino al sole. Sole.
Poco tempo fa mi hanno intervistata. M’è scappato detto che mi sono sempre vista come un funambolo. Il difficile non è mantenere l’equilibrio, ché io sul quel filo ci son nata. Il vero casino è non scendere mai, nemmeno per un istante, dalla quota a cui la tua vita ti ha portata. Quale che sia la forza del vento e l’impeto degli elementi e il numero di stronzi da tollerare. Non scendere mai, dal filo dell’immaginazione. Dal giro di vento di te.
Ecco fatto.
Così sono qui, titolare unica di un’azienda che prevede cinquantaquattro mansioni differenti, tanto che all’ennesimo tentativo di comporre un biglietto da visita credibile – che non fosse ripiegabile come certi depliant da pizzeria o centro estetico – ho riassunto il pandemonio di cose che faccio in una sola parola: troublemaker. Casinista.
Se ci fosse la voce varie ed eventuali – a questo punto – dovrei scrivere che ho recitato per cinque anni, ho fatto qualche tournée con il Westfalia bicolore e la scenografia piegata nel bagagliaio, sono stata Elettra e Mirandolina, ho cantato e suonato la chitarra in un paio di gruppi rock, ho partecipato a una manciata di collettive di pittura, ho insegnato a fare quello che faccio in una scuola che non avrei mai fatto, ho scritto due libri che abitano in formato a4 nel secondo cassetto del comò, ho registrato la mia voce su un pandemonio di trasmissioni e ciddì e divudì e segreterie telefoniche. Tipo che domani chiami un amico, e ti rispondo io.
Dovrei scrivere di questo, ma poi fa quell’effetto brutto che si finisce per pensare: vabè, ma non puoi mica far tutto, tu. Infatti, no. Casinista, ma con onesti paletti a limitare l’esondazione.
C’è ancora un punto, di una certa rilevanza.
Sono stata impiegata quattro o cinque anni nella premiata ditta fabbricazione bambini.
Impresa non semplice, oltre le normali aspettative. Un compito inizialmente preso con una certa leggerezza, vista la prospettiva di lavorare ad una serie di tentativi notoriamente gradevoli, e complicatosi nel giro di un amen. Prima di rassegnarmi all’amen, però, ho ricoperto tutti i ruoli in tutti i reparti dello scibile ginecologico, ho fatto della mia pancia un tempio in costruzione, la sagrada familia della forza di volontà, la concretizzazione ormonale dell’umana ostinazione.
Ad oggi, un paio di risultati di eccellenza indiscutibile – non sono disposta a trovare appellativi differenti – mi confermano che su quell’amen ho sparato una bomboletta intera di spray blu, e che mi sento in pieno diritto di ricoprire il ruolo più alto possibile all’interno della suddetta premiata ditta, una roba tipo amministratore unico del mio apparato riproduttivo.
E posso anche pensare di tollerare quella faccenda delle uova smesse e della tappezzeria, se – a conti fatti – serve ad avere intorno due figlie come le mie.
Perché due figlie come le mie, cronologicamente in fondo al curriculum, danno significato a tutto il resto.
Perché prima di oggi riassumere la mia vita sarebbe stato impossibile, un guazzabuglio senza filo.
Trentanove anni in due pagine. Hai visto? Che ci vuole?
L’altro giorno una di loro mi ha chiesto: qual era, mamma, il tuo sogno più grande da bambina?
Io le ho risposto: tu.