mercoledì 23 aprile 2014

VENTUNO (incipit)


Come certe vecchie case di campagna. 
Certi grandi casolari di famiglia, lasciati alla memoria degli avi, vissuti per poco e per abitudine, nelle ore abbandonate di un tempo da perdere o da fotografare. 
Grosse mura sudate di umidità, spesse e fredde nelle mattine d’inverno, tiepide al sole di lucertole e sterpi e tralci d’uva appassita. Stanze, soprattutto. Vaste come non se ne fanno più da tempo, a piastrelle sconnesse e buchi di muschio, alte finestre crepate di pioggia, armadi fitti di lenzuola e lavanda e grembiuli bianchi, odorose di legna umida e vento di spifferi e camino.
Case lasciate sole in mezzo alla campagna, a cigolare e gemere e aspettare, come le ginocchia dure d’un vecchio.
Così, mi prendo tutto quello che sono, il poco o molto che ho a disposizione, e a quella vecchia casa torno.
All’inizio è buio pesto. Buio nero e schiocchi di giunture, cardini che sbadigliano, fuggire di piccoli animali e ghiaccio di tubi e ululare di camino nella contr’aria della strada. 
Poi, silenzio.
Gli occhi si abituano all’ombra, la luce dalla porta disegna un rettangolo sulle ossa nere d’una credenza. Uno sciame di polvere affolla quel niente di sole, come non aspettasse che di mostrarsi in un milione di particelle immobili.
Non so da quanto tempo non entravo qui dentro. 
Il fatto che mi sia tanto familiare, poi, confonde enormemente tutta la faccenda. Come se solo il giorno prima, tornando da una sigaretta fumata sotto il fico, avessi messo un bollitore sulla stufa e mi fossi occupata con gesti lenti e svagati di ravvivare un fuoco da due soldi. Un fuoco da acqua di tè.
Come se ad affacciarmi, ora, dovessi allungare le braccia e raccogliere un lenzuolo steso.
Molto tempo. Ero altrove. 
Sono stata altrove per una vita intera, tanta la vita che ho vissuta, cercata, trovata, messa nel mondo.
Ricordo benissimo, di averla lasciata. Di slancio, senza esitazioni, chiudendo in fretta imposte e scuri, porte e cancelli, buttando cenere e terra e ragni e briciole di pane. 
Non rammento di aver dato un’ultima occhiata, come di congedo, come a dire: tornerò. Avevo già un milione di giri della terra davanti agli occhi, tanto mi pareva allora la strada da percorrere. Tanta è stata, nei piedi, nelle spalle, nel pezzo di cuore fatto per correre, per essere muscolo e basta.
Ricordo solo, con minuzia di fotografia, di aver passato la mano sul dorso della tavola grande, come a portar via la polvere, o fare una carezza. 
Ho la memoria perfetta di quel legno scabro e tiepido ancora qui, nel palmo. Anni dopo.
La prima stanza, entrando, è la cucina. 
Le finestre si aprono su una strada di poco conto, appena oltre c’è un campo messo a semenza. La stufa in un canto, il camino al lato opposto, la tavola nuda e le seggiole con la paglia dipinta di rosso. Un calendario con una mosca ferma sul numero ventuno.
Comincio da qui.
Appoggio la mano sulla tavola, e mi riprendo quel gesto. Spazzo via una briciola invisibile. Accarezzo il ricordo di tutti quei volti, di un piatto bianco con il bordo d’oro e minuscole rose gialle, di una damigiana messa a gorgogliare vino lungo cannucce di vetro scuro. Le nespole. La borragine. Il fiore del glicine dolce e umido da tenere in bocca.
Ero io, quella che si avvinghiava ai fianchi un grembiule nero, apriva tutte le finestre, metteva una musica da ballare e affondava le mani nella farina, rimestava lentissimi sughi di carne, e marmitte di ciliegie da farne marmellate, e triti d’erbe e ripieni odorosi e distese di frolla e pasta d’uova, bianchi di neve, teglie imburrate, olio dolce di fritti lasciati riposare.
Sono io.
Anche ora che rovescio una polpetta in padella, con il tempo che mi morde le chiappe, e a sera tardi addento un pezzo di formaggio, in piedi, davanti al frigo.
Gli amici digiunavano per giorni, prima di sedersi al mio tavolo. 
Preparavano tutti i sensi. Io imbracciavo la chitarra e li sfamavo di tutto.
Apro la credenza e tiro fuori una grossa pignatta di coccio. 
Il lavabo è un covo di ragni magri e polverosi. Aspetto che l’acqua risalga gli intestini del pozzo – calma, aspetta con calma – gorgogliando e ruttando spruzzi scuri e grumi di terra, e lavo la pignatta a mani nude. 
Solo acqua ghiaccia e mani, fino a che le dita non mi dolgono per il gelo.
Butto un giornale nella pancia sporca della stufa, due legnetti trovati in fondo alla cassa, provo a dare fuoco. 
Dentro la stufa c’è un’aria come di tomba. Nera muffa di anni, poveri resti, cenere, silenzio. Il fuoco muore subito, senz’aria e senza voglia.
Calma. Fai con calma.
Vado in cerca di legna secca e brusca, fastelli leggeri di sterpi, un involto leggero di carta asciutta, ben disposti l’uno sull’altro a fare culla al fuoco.
Impiego quasi un’ora, a fare fuoco e caldo nella stanza.
Poi, spalanco le finestre. Il fumo vecchio fa due giri sul soffitto ed esce, lasciando aria di cielo e odore fitto di terra nera.
Luce. Vento. Fuoco. Acqua.
Mi riprendo gli elementi, lontano dalle loro forme quotidiane di lampadine e condizionatori e rubinetti e metano. Lontano dal gesto rapido di consumo, la schicchera nervosa che fa il polso per dare fiamma al gas, mentre il giorno si gira dall’altra parte con un sibilo sordo, che nemmeno te ne accorgi più. Ti volti a spiare il cortile, e le finestre sono già accese. Centinaia d’occhi pallidi socchiusi sulle vite degli altri: gli stessi fornelli, i rubinetti, i lampadari penzoloni sulla sera.
L’avete vista arrivare, voi?
Io ero qui.
A questa finestra, un milione di anni fa.
Ero capace di stare immobile, allora, a guardare soltanto. Quel tipo di guardare che nessuno dovrebbe accorgersi, che contiene centinaia di prospettive, che dagli occhi corre per chilometri incrociando venti forti e montagne. 
Comincia da una finestra, quasi sempre. Un quadrante di cielo, attraversato da una nuvola. Da un cane sghembo. A volte uno stormo di uccelli bassi, impensieriti dal buio, prossimo a salire dietro le colline.
La sera arrivava con molle bellezza, come una musica. Un salire impercettibile di suoni, l’accordo naturale degli alberi e degli animali, la declinazione di luce e ombra, a spartirsi il cielo.
Io, seduta a gambe nude sul davanzale, fumavo e guardavo. 
Oltre la strada e il campo a semenze, ben oltre qualunque collina potesse contenere l’orizzonte.
La sera scendeva, ed io le viaggiavo addosso.
Poteva durare anche un’ora. Non so, non guardavo.
Alla fine sapevo con certezza di avere materiale a sufficienza per affrontare la notte, scrivere al buio, per sopravvivere a qualunque notte, a qualunque buio.
Mi sbagliavo, naturalmente. 


martedì 18 marzo 2014

SEI TU LA PRIMA



Hai quattro anni, amore mio.
Hai messo su occhi così grandi da poter immaginare qualunque cosa, hai fatto spalle tonde e forti da portare con te tutti i sogni del mondo, hai gambe lunghe e morbide per correre qualsiasi gioco, ogni aquilone, tutte le farfalle.
Io – che da quattro anni sono la tua mamma, e ancora me lo devo ripetere a voce alta per fare che sia davvero tutto vero – ti ho appoggiato tra le braccia, e in mezzo ai piedi, una sorella. 
Appena un anno e mezzo fa, ma ci sembra impossibile ricordare un mondo senza di lei.

Ora che il tuo tempo è pieno di pensieri reconditi, e di ragioni piccole e solide, e chilometri di domande che non trovano voce, si accartocciano nel tuo cuore e ricadono in pianto – ora che so, piccola mia, che tutto capisci e tutto ascolti, devo chiederti scusa.

Per ogni volta che i miei occhi si sono distolti dai tuoi e ti ho vista per un attimo fare buio nel tuo sorriso e sentirti sola.
Per le casette di lego che costruisci con amore, mandate all’aria in un secondo dalle sue goffe manine.
Per ogni volta che ti ho chiesto di avere pazienza.
Per ogni volta che ti ho detto che sei grande.
Per tutti i giri di cavallino che devi sopportare perché sai che lei adora averti vicina, e non c’è giostra che le piaccia, se su quella giostra non ci sei tu.
Per il gelato che assaggia da te, e t'incasina la coppetta con le manine, e te ne ruba sempre un po’ troppo.
Per tutte le volte che mangi pasta in bianco e prosciutto, mentre io mi affanno a scuoiare conigli da omogeneizzare per lei.
Per tutte le notti in cui il suo pianto sveglia il tuo sonno, e non protesti mai, solo – talvolta – ti rifugi nel lettone per ritrovare i fili di un sogno. Ché le mie braccia, scimmietta, sono ancora l’unico luogo possibile per sognare.
Per ogni volta che tra le mie braccia c’è lei, e mi stringe forte, e mi vuole tutta sua – solo per un momento – sei solo mia.
Per quello spazio di tempo che provo a dividere – due perfette metà, due interi da una sola mamma, due cuori due abbracci due sguardi – ma che a volte scivola via nel giorno, e ti manca. E ti manco.

Per i pennarelli senza tappo, per i fogli sbavati, per i piedi delle bambole rosicchiati, per le pagine di libro strappate. 
Per tutto quello che finisce sotto il divano e viene rubato dai folletti. 
Per i codini tirati, i morsi, le caccole.
Per quel piatto che era tuo, ed ora è il suo preferito.
Per il rumore quando vuoi leggere.
Per il silenzio quando dorme.

Scusa, amore mio.

Scusa se ancora adesso, quando sei triste o arrabbiata, ti chiedi perché non sei più sola, con me.

Ora te lo spiego.

Un mattino di poco tempo fa vi ho trovate entrambe in piedi davanti allo specchio. 
Vi guardavate. 
Tu ti passavi le mani tra i capelli – lucida nocciolina liscia e piena – lei si osservava attenta e stupita. 
Un attimo dopo avete incrociato gli sguardi, sulla superficie pallida e luminosa dello specchio, e siete esplose in una risata di campanelli. 

Devi sapere, bambina, che in quel momento io – che sono la vostra mamma – ho avuto la certezza che tutto andava bene. Che da quel primo giorno in cui ho posato lei tra le tue braccia, minuscolo uccellino accoccolato nella tua morbida stretta bianca, tutta la bellezza di cui sono capace – di cui mai sarò capace –  si è compiuta. 
Perfetta, tonda come la luna, pura e gonfia, enorme. Enorme.

Avevate lo stesso sguardo, in quello specchio.
Sguardo grigio – dove li prendete gli occhi, figlie? – lucido e mobile, fondo, liquido, intelligente. E pieno d’amore.

Avete gli stessi occhi, e quegli stessi occhi muoverete sul mondo, da qui a sempre. 
Con me, e senza di me.

Vi accompagnerete nelle domande, saprete qualche risposta, vi consolerete con un nulla, vi stringerete se ci sarà vento, se farà freddo, vi appoggerete l’una all’altra ogni volta che mancherà la forza, e saprete dirvi ogni bene, del bene che vi vorrete.
Avrete notti per fare tana sotto un plaid e raccontarvi storie di gatti e folletti e mongolfiere, pomeriggi di sole e sudore sulle biciclette, mattine di mare e sabbia da non voler più andare via, e palle di neve e pupazzi e slittini, nascondigli segreti e segreti e ancora segreti, promesse che durino tutta la vita, sonni fondi abbracciate vicine, amori da dirvi sottovoce che nessuno lo sappia.
Avrete giorni di voi adulte, forti e belle e cocciute come siete, sarete insieme a dar la caccia al futuro, e metterete fretta al tempo, perché somigli sempre più al vostro tempo.

Sarete grandi, come me, meglio di me, un giorno.
Sarete due sguardi che s’incrociano, e ridono forte.

Ecco, bambina.
Ecco cos’è accaduto, quel mattino in cui ho messo lei nelle tue braccia.
Da lì, è cominciato il vostro amore.

Perciò, scusami.
Ma ho fatto per te la cosa più grande di cui fossi capace.

E tu – piccola donna piena di grazia – non dimenticare nemmeno per un attimo, per un solo sguardo di solitudine, che sarai sempre la mia prima figlia.

Il primo battito che ho sentito nella pancia.
La prima tutina minuscola messa ad asciugare al vento.
Il primo pianto altissimo fuori di me, le mie lacrime e le tue.
La tetta e il latte.
Il profumo dolce aspro della tua nuca nuda.
La prima volta che mi hai chiamata mamma.


Sei tu, che hai fatto di me una mamma.

Sei tu la prima.

Non dimenticarlo, mai.

giovedì 23 gennaio 2014

TREFEMMINE

TREFEMMINE è un progetto fotografico che nasce in una grande casa dove vivono tre donne. 
Un anno, quattro anni, trentotto.
Uno scatto, un gesto, moltiplicato tre.

TRE PIEDI SCALZI
TRE LIBRI
TRE CAVALLETTI
TRE PITTRICI
TRE SALTELLI
TRE CREME
TRE MUSICHE
TRE MATTARELLI

giovedì 9 gennaio 2014

UNDICI GENNAIO DUEMILATREDICI


Il nome Anita è un diminutivo.

Quando sei nata, c’era la neve. 
Tu eri piccola come un fiocco. 
Ricordo che ti tenevo tra le mani, e non capivo come potessi somigliare solo a te stessa. Ricordo che pensai: sei piccola come un piccione, e non somigli a nessuno.

Anita è già un diminutivo.
Ti dicemmo, da subito: Titina.

Un anno fa, e c’era la neve.
Nel lungo corridoio vuoto a luci basse e suoni attutiti dalle camere chiuse, odore acre di fiori recisi, tu che avevi poche ore ed io che passando guardavo l’alba, gocciolando latte e sangue, perdendo sonno da tutte le parti: non siamo mai più state così sole, tu ed io. 
Non siamo mai state così straniere, e piene di fatica.

Non ti perdonavo quel calcio – duro, improvviso, un boato di viscere – non ti perdonavo la paura che ho avuto, a spingerti nel mondo in un fiume di sangue. 
Ho temuto per te più di quanto pensavo si potesse temere, per qualunque cosa, in tutta una vita intera.

E tu – da allora – corri.

Decidi per te, per me, con un calcio cambi direzione e corri, e cresci. Dio, quanto in fretta.
Da fiocco di neve, da piccione, in un giro di stagioni sei diventata tu.
Anita.
Non potevo scegliere nome migliore.

Un anno, per mischiarci gli sguardi, e impastarci la stessa carne, le stesse ossa.

Ti ho riconosciuta, infine.
Tu che somigli solo a te stessa, e hai un nome piccolo, e decidi prima di tutti. 
Sei quanto di più simile a me stessa abbia mai guardato. 
Da quell’alba buia a questo mattino, addormentata qui accanto, bella e forte e bianca come una luna di maggio.

Ti ho perdonato mille volte, amore mio.
Titina piccola e grande come nessuna.

E tra le mie mani, adesso, tengo le tue.

lunedì 6 gennaio 2014

DI EGO SMISURATI, DI BIANCONIGLI, DI SONTUOSITA'.


Due settimane.
Così, ce l’ho fatta. Che alla mezzanotte del 24 dicembre ho accartocciato l’ultimo pacchetto e ho comunicato al mio organismo – tramite circolare neuroisterica – un sontuoso: mai più.

Nel momento più sbagliato – nella baraonda pacchiana delle festività natalizie (su cui non mi soffermo per non incorrere in note a matrioska davidfosterwallaciane), periodo durante il quale - notoriamente - tutti fumano. 
Fuma chi non ha mai fumato – non fosse altro che per fuggire una qualche porzione di cappone in gelatina – fuma l’alito per il freddo, fumano i camini, fuma la polenta.
Io – che sono stupida – smetto. Di botto.
E collasso.

Mi figuro da subito in caduta libera lungo un precipizio buio e stretto – tipo Alice e il bianconiglio – in disperato tentativo di aggrapparmi ai mozziconi accesi che costellano le pareti, ululo e sbraito, piango e divoro tutto quanto mi capiti a tiro di bocca: funghi magici, biscottini, capponi in gelatina.
Eppure – l’ipofisi a secco di catrame mi dice – eppure è un vizietto così innocente. Delizioso e semplice. Semplice da trovare, semplice da portare in giro, da usufruire, da nascondere in tasca, da giustificare – ché avrei avuto motivazioni a secchiate, nel circo paesano del pepperepé vacanziero, per raccontarmi di doverne accendere una. 
Specie ogni volta che ho pianto. 
E quella sera che gli ho gridato in faccia – forte – e dopo non è arrivato un abbraccio.

Eppure, no. 
Due settimane.
Con il musetto di lei stretto a forza tra gli occhi e la voglia, a convincermi da solo che no.
Mai. 
Più.

Una promessa è una promessa. 
Una promessa ad un figlio è un’incudine di vergogna appesa un palmo sopra il tuo orgoglio.

Così, ecco. 
Ora sono qui – con uno schermo acceso davanti e i tasti sotto le dita e il mattino presto appiccicato ai vetri – con il terzo caffè e il cappuccio d’una bic (non tiro, non succhio, mordicchio e basta) e mi scrivo un’autoapologia tesa all’elogio sperticato, alla presa di coscienza dell’entità del mio coraggio, al plauso incondizionato per la forza di volontà che mi pervade e – non ultimo – alla portata sorprendente (persino per me) dell’amore per le mie figlie. 
Chiunque altro, in questi anni, mi abbia chiesto insistentemente di smettere, ha smesso di essere nelle mie grazie con effetto quasi immediato. 
Ne ricordo uno, in particolare. Disse: non mi piace che fumi dopo aver fatto sesso. Risposi - poveretto: allora non farai mai più sesso con me.

Comunque.
Potrei chiudere qui questo ridicolo primo post autocelebrativo, ma qualcosa ancora mi sfugge.

Tipo. E’ mai possibile che qualunque cosa di buono mi riesca di fare, in questa vita, segua ad una dichiarazione collettiva o individuale o divina o fatale che suona più o meno: non ce la farai mai? 
Come se il mio smisurato ego – smisurato, sì, e ridanciano altisonante casinista grasso come un porco – potesse attivare la volontà necessaria al raggiungimento di un obiettivo difficile solo se sollecitato con vigore.
Cosicché il dialogo che periodicamente si svolge nel mio cervello suona più o meno così:
- collettività/singolo/dio/fato: non ce la puoi fare.
- ego: fanculo, certo che sì.
- io: andate a fanculo tutt’e due, che sono stanca.

Fatto sta che - alla fine - non sapendo da che parte mettermi a vivere, e che faccia fare, invio la circolare neuroisterica, salto nel precipizio delle meraviglie, e dopo un discreto sbattimento ne esco vincitrice. A braccia alzate come un maratoneta, e con la stessa stanchezza nei ginocchi, e con un medio teso e limpido ben dritto verso il cielo. 
Non per il cielo, certo che no. 
Per te, che non ci credevi.
Per te, che non hai capito.
Per chi di me ancora deve capire il verso giusto – l’alto, il basso – che c’è. Come in tutte le cose fragili.
Che se sbagli ad afferrarmi, io ti cado di mano.
E non ho cuore che basti agli occhi, per ritrovarmi tutti i pezzetti.

Fanculo, dai.

L’ego, la collettività, il singolo, tutt'quant'.

Mai.
Più.


lunedì 28 ottobre 2013

CATALOGO RAGIONATO DELLE POCHE COSE CHE HO IMPARATO.


Che è possibile e consigliabile imparare cose preziose da una persona stupida.
Che le donne sono gli esseri viventi più numerosi, fatta eccezione per gli insetti.
Che si riesce ad avvertire una sorta di micro euforia anfetaminica se si consumano in rapida successione tre caffè e una big babol, a stomaco vuoto.
Che i bambini sono meraviglia allo stato grezzo, e occorre proteggerne la grazia, riempirne lo sguardo, appenderli allo stupore.
Che alcune persone sembrano davvero fratelli e sorelle dei propri cani.
Che ci sono momenti in cui preghi di perdere letteralmente il cervello, poterlo avvolgere in carta di giornale ed abbandonarlo in un vicolo, a cavarsela da solo.
Che gran parte delle persone comincia a pregare in tarda età, negandone le reali motivazioni.
Che lo stracchino inacidito produce eccellenti focacce al formaggio.
Che riguardo a parolacce, fantasie sessuali, turpiloquio e barzellette sconce, le donne sanno essere infinitamente più raccapriccianti degli uomini.
Che ci sono persone a cui semplicemente non piaci, qualunque cosa tu faccia, e che occorre assimilare la faccenda in tenera età, senza grossi drammi.
Che contare i passi, le mandate, i battiti d’occhi e le piastrelle del bagno non è né sano né produttivo.
Che se nasci sul mare, e per qualche ragione te ne allontani, ti mancherà per tutta la vita.
Che ogni qualvolta pensi di essere stato furbo, in realtà qualcosa o qualcuno ti sta inchiappettando a compressione idraulica.
Che il sonno, il nuoto, il sesso e il vino rosso fanno bene alla circolazione.
Che lo stress, la peperonata, l’invidia e l’aspirina danno acidità di stomaco.
Che di sonno, seppure con un certo sforzo, si può abusare fino a stati di letargica assuefazione.
Che di sesso si può abusare senza riscontrabili conseguenze negative.
Che la buona musica è indispensabile, la cattiva musica semplicemente superflua.
Che il coraggio abita in un posto in fondo allo stomaco di cui sappiamo poco o niente, ma che al momento giusto ci sorprende eruttando come il krakatoa.
Che bisogna avere sempre le unghie affilate, e conservare tenero il cuore. Per usarli entrambi, anche a sproposito. Imparare vaffanculo. Imparare soprattutto: scusa.
Che non occorre amare qualcuno, per imparare da lei/lui/esso.
Che occorre smettere di bere una caffettiera da sei in un’ora, appendersi sigarette alle labbra come un cantautore, prendere sbronze che non si sa sopportare, uscire in canottiera a dicembre. Perché dicono che tutto ciò non faccia bene.
Che per la carne ci vuole l’alloro, per il pesce il timo, e il pepe nero va dappertutto.
Che quando muore una persona che ami, non c’è più. Da nessuna parte.
Che addomesticare è una capacità umana, di pochi umani.
Che esistono e sono esistiti uomini con idee di tale portata rivoluzionaria, da sconvolgere la faccia del mondo. In una sola vita.
Che è possibile infuriarsi al punto da uscire dai gangheri e rientrarvi e ancora uscirvi, fino ad un massimo di quindici volte consecutive. In un’ora.
Che la validità logica d’un ragionamento non ne garantisce la veridicità, ma in compenso lo rende noioso.
Che esiste una cosa come la pura, incontaminata, immotivata, cruda cattiveria.
Che esiste una cosa come la pura, incontaminata, immotivata, cruda gentilezza.
Che è possibile per le capre addormentarsi di botto durante un attacco d’ansia.
Che è possibile per gli umani addormentarsi di botto durante un film francese.
Che fumare marijuana porta a confessioni di tale intima portata, che vale la pena astenersi piuttosto che lottare per decenni con le conseguenze del caso.
Che i delfini possono dormire con un occhio aperto ed uno chiuso. E che per questo, probabilmente, un giorno saranno padroni del mondo.
Che le acciughe, quando non guardi, fanno il pallone.
Che avere degli amici, e tenerseli vicini, ha a che fare con il succo denso dello stare al mondo.
Che ognuno starnutisce con un tono diverso.
Che le domande rendono saggi, ma le risposte rendono umani.
Che le persone di cui bisogna avere più paura, sono quelle che hanno più paura.
Che non è necessario nè costruttivo picchiare qualcuno, anche se lo si desidera intensamente.
Che nessun essere vivente è in sé e per sé completamente insopportabile, né completamente amabile.
Che gli uomini devono avere pancia morbida e spalle forti, le donne grandi seni e fianchi larghi. Perché se siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, tanto vale che di sostanza se ne abbia in abbondanza.
Che le donne in fase premestruale non sono serene, né attendibili, né sincere, né colpevoli di nulla.
Che gli uomini in fase adolescenziale e/o senile tendono a considerare desiderabile anche la pelle morta del tuo gomito destro.
Che chiunque, anche se stupido, vede cose di te di cui tu non sei nemmeno lontanamente a conoscenza.
Che quando il verde del gorgonzola prevale quasi totalmente sul bianco, non è più commestibile.
Che quella mano sulla pancia delle donne - la carezza nascosta sospesa che fanno - è il ricordo di quanto hanno portato, e lasciato andare.
Che avere molto denaro non vaccina da paura e sofferenza.
Che tagliando le unghie dei piedi si può centrare un cestino ad una distanza massima di tre metri.
Che alcune persone credono davvero che il loro dio possa farli vincere al lotto.
Che avere un padre, una madre, un fratello da abbracciare ogni tanto non è affatto una faccenda scontata.
Che il cuore è un muscolo che cresce con il tempo, come la cartilagine delle orecchie. Per quello che siamo capaci di affastellarci dentro. O meno.
Che fare l'amore con qualcuno che non si ama, può lasciare più solitudine che non averlo incontrato affatto.
Che gli unici animali monogami esistenti sono i piccioni e i cattolici.
Che la cacca dei piccioni è corrosiva a livelli atomici.
Che quando si è delusi, bisogna permettersi di piangere. Molto. E con fragore.
Che quando ci si innamora, si strilla. E si canta. E si ha la certezza che ci sia un motivo, per essere qui. Tutti quanti.
Che in una bottiglia di vino non ci sono più di sette calici, la qual cosa spiega come possa finire tanto in fretta.
Che non occorre guardare per vedere lontano, e che l’essenziale è invisibile agli occhi.
Che quel momento in cui il dolore lascia posto al mistero, e diventi una cosa immensa, e senti la pancia farsi sacco vuoto, ed il suo pianto altissimo entrare nel mondo – no. 
Non lo saprai raccontare. Né dimenticare. Mai.
Che le persone veramente serie, non sono mai troppo serie. Occorre riconoscerle, sceglierle. E scegliere bene.
Che ridere è esclusiva dell’essere umano e della jena. L’essere umano lo fa meno, ma meglio.
Che è consentito desiderare.
Che è lecito volere.
Che è importante amare.
Che è pressoché impossibile non farlo.
Che il tempo è circolare, e l’età un limite ridicolo.
Che a trentotto anni si prende a rimuginare di cazzate, e classificarle in cataloghi. Ragionati, anche.
Che quando scrivo di me mi vedo di spalle, e quasi non mi riconosco, e allungherei la mano per posarmi addosso una carezza, e mi prenderei a schiaffi sulla testa, e se potessi scatterei una foto.
Per dirmi – tra qualche tempo – guarda:
tutta questa fatica, 
tutto quest’amore, 
tutta questa sciocchezza,
sei tu.