martedì 27 maggio 2014

VENTISETTEMAGGIODUEMILASEI


Guarda quel gabbiano. Lo vedi? Attraversare quello sputo di cielo e finire via, dietro lo spigolo secco nero di un palazzo. 
Che cazzo ci fa, un gabbiano a Milano? Se il primo mare è a due ore di curve.
Che ci faccio io, per le stesse ragioni.
Guarda me. Mi vedi? Che attraverso la mia giornata come un’escavatrice, un bisonte, un risciò carico di pane. 
Ho movimenti così rapidi che non ho più una foto che mi ritragga a fuoco.
Eppure, sono qui.
Vent’anni di radici, per quanto le neghi, cominciano ad essere un bel sprofondare in terra. Un bel stare sotto il cielo. Questo cielo misero, di fumi, di luci sbagliate, di qualche tramonto.
Pensavo.
Dal primo giorno a perdermi su un tram, a piangere al telefono seduta su un marciapiede sporco, una sola cosa è rimasta identica: tu.
Da sotto le zampe impolverate del bisonte, di quanta strada ho sollevato e rivoltato e fatto a brandelli, l’unica cosa che si salva - impolverata rivoltata e a brandelli – sono io. Sei tu.
Abbiamo piantato su questa terra due figlie – esagerate, immense, perfette.
Abbiamo colorato una grande casa, e messo ritagli di foto al muro, lenzuola negli armadi e brocche e tazze e molti libri, tracce di tutto quello che passa, di tutto il poco che siamo, del pandemonio di umanità che ci è caduto addosso.
Ci siamo lanciati un milione di spade.
Spade di carta, spade di sposi, povere armi sfinite.
Ma è una ben misera guerra, amore, quella che nasce dalla stanchezza.
Non ha soldati a sufficienza per farsi forte, e se dura – quando dura – è solo per stupidità.
Noi siamo due grandi teste di cazzo, due lembi induriti d’uno stesso orgoglio, ma stupidi no - non lo siamo stati mai.
Così, pensavo.
Invocare tutto il nostro coraggio, tenerlo stretto tra i denti, e non pensare nemmeno per un istante di non farcela.
Questo, io e te, s’è fatto negli anni. In questi anni che dire matrimonio è talmente un limite da venir voglia di cambiargli il nome. In questi anni a cavalcioni del tempo, senza tempo badare, senza voltarsi, senza dormire, senza tirare il fiato mai.
Guarda noi due. Ci vedi? Attraversare gli anni come il volo perso di quel gabbiano – dai sedili sghembi di una vecchia cinquecento bianca – cento rughe dopo – seduti su una spiaggia con lei, e poi lei, e duemila formine sporche di sabbia.
Mai ci siamo detti, mai mi hai detto: hai mai pensato che non ce l’avremmo fatta?
Ti rispondo ora: sì.
E mi sono figurata persa e sola.
Ci ho visti persi e insieme e soli e lontani, finire via. Dietro lo spigolo secco nero di un palazzo.
Non c’è nessuna possibilità che attraversare la vita così – come abbiamo fatto tu ed io – con l’enormità di amore che ci è costato stare dritti nella tempesta – non c’è nessuna possibilità che ci abbia resi un uomo e una donna peggiori.
Le otto mani che stringiamo adesso – nessuna, nessuna possibilità – sono tutto ciò che abbiamo sempre desiderato. Stretto tra i denti, sotto le unghie, dentro lo stomaco, dietro gli occhi.
Non c’è nessuna possibilità che questo non ci abbia resi migliori.
Quindi, ecco.
Deponi la spada, tu che la nascondi dietro la schiena e la mostri solo alla faccia buia della mia stanchezza.
Depongo la mia, che brandisco come un videogioco impazzito, incurante di chi la veda, di chi mi giudichi, di te che guardi.
Prendi queste mani, prendile tutte otto, e stringi più che puoi.
Voglio solo che tu lo sappia.
Che a me basta questo.
Mi basta fare colazione con te.
Ritagliare una foto nuova.
Sapere che la guarderai.
Sapere che lo sai.

venerdì 23 maggio 2014

CECI N'EST PAS LA VIE



Si faceva chiamare Pellaccia.
Non da subito. Ad un dato momento, quando decideva se ne avresti sorriso.
Il giorno della prima lezione, un pomeriggio tiepido e lento d’ottobre, uscimmo dalla sua aula che tremavamo come cartacce sulla strada.
Lui portava stivali di gomma azzurri e un cappello scuro di vinile, a tesa larga. Sarebbe piovuto presto, disse, e molto.
In cortile il cielo inquadrettato sulle nostre teste era blu, lo ricordo bene, blu senza una nuvola da posarci gli occhi, da fermare la fuga fonda del colore, così saturo e denso.
Non pioverà, pensai. Come potrebbe.
Sedemmo in quattro o cinque sotto il portico scuro, con il naso in aria e questo tremore nuovo addosso, come una sciarpa di lana che punge il mento. Di tutto quello che ci era stato detto, in quell’aula, avevamo capito molto poco, ma abbastanza da ritenerci scossi, con un certo senso di soddisfatto stordimento.
Lo vidi arrivare dall’androne buio della porta più grande, con quegli stivali improbabili che gli cigolavano addosso come gomene, il braccio carico di fogliame e libracci, il sorriso sbieco a filo di denti, che avrei imparato a conoscere così bene.
Aveva letto il programma in un fiato, quasi a nessuno dovesse interessare, per lanciarsi subito dopo in una descrizione minuziosa e divertita del grande culo bianco di una donna di Tiziano, che campeggiava in diapositiva sul muro di fondo. Io pensai che pareva una luna, quando la luna è così piena e gonfia e matura, che sembra debba caderti tra le braccia da un momento all’altro.
Qualcuno lo chiamò, attraverso il cortile. In un istante fu circondato da domande e pretese di chiarimenti e sciocche allusioni. Io tacevo accucciata, osservandomi la punta delle scarpe, sbucciate sull’alluce con cui tiravo calci ai sassi lungo la strada.
Ci invitò a seguirlo, per parlare con più tranquillità, disse. Davanti a un buon bicchiere di vino - voi bevete vino, ragazzi?
Un’ombreta, disse. Un’ombra di vino.
Io non bevevo vino, se non alle feste, appena un goccio, davvero, basta così. Ma mi piacque l’idea che il vino potesse essere d’ombra. Come si trattasse di qualcosa di consolante, di invitante, qualcosa che protegge e riposa. 
All’ombra per parlare. Un tempo all’ombra. 
Stare all’ombra.
C’era un lungo tavolo di legno scuro, inciso da profondi solchi bruni, e piccole iniziali, e segni di passaggi di tempo. Noi attorno, con questi calici dalla pancia gonfia pieni per metà di vino scuro, per metà dei riflessi colorati delle nostre facce appese. 
Pellaccia. Chiamatemi Pellaccia. E rideva, nel vedere le nostre espressioni esitanti, allegre, curiose.
Ricordo che bevvi il primo sorso senza badarvi, come fosse sciroppo di ciliegie. Ero assetata, e assorta. 
Scese e si posò, dolce, tra la pancia e la voce, rotolando. Come respirare forte vicino alla risacca, pensai. Quel calore asciutto, pieno, che confonde.
Lui mi osservava dall’altra sponda del tavolo, sopra il flusso instancabile di parole e risa e parabole, sopra gli sguardi univoci degli altri.
Io ricambiavo lo sguardo a tratti, dalla curva di luce del calice, con il naso appeso sull’aroma tenero e fondo del vino, che sapeva di fieno, di erba appena tagliata, e frutta selvatica lasciata a maturare sul ramo.
Nessuno mi aveva detto che in quella scuola avrei potuto fare certe cose. 
Bere vino con il professore. Quel vino di nettare e parole. 
Lasciar passare un pomeriggio in quel modo. 
All’ombra.
Sentii una specie di euforia nuova, di nervosa vitalità, salire dalle gambe agli occhi, con lentezza, a ondate dolci. 
La testa mi viaggiava a mille. Mille pensieri al secondo. 
Tutti inopportuni.
Così che, nella memoria, Tiziano va a confondersi con il fieno, e con quel disegno inciso sul legno, e l’ombra del vino a quella dell’albero di mele, e il vino che di mele profuma, ma mele piccole, selvatiche, quelle che nessuno coglie mai. 
E i suoi occhi.
Occhi neri. Neri tanto da non vederne il centro, la pupilla, l’anima. Neri tanto da non lasciar passare nessuno, da fare confine. 
Tanto da poter decidere, da subito, se fuggire veloce o abbandonarsi senza difese.
Io che difese, allora, non ne avevo una. 
Nervi scoperti, sangue caldo, pelle soffice. Esposta e candida come panni al sole.
Arrivò un secondo calice. Istintivamente annusai, chiudendo gli occhi. 
Miele.
Lui mi guardava, senza interrompere il suo racconto, sorrideva. 
Miele e barocco, e qualcosa come resina di pigna, e il bianco di zinco, e l’odore che avevano certi cassetti della credenza in campagna, e Magritte. Che mi chiedeva se quella fosse una pipa.
Molti anni dopo, parlavamo di Magritte. 
Ci sarà un cielo in cui gli uomini volano senza tempo e senza scarpe, anzichè un tempo che vola e uomini con le suole piantate a terra. Dev’essere così, dove vado.
Doveva essere così.
Che uscimmo nelle ombre lunghe dell’ora violetta, con la pancia di fieno e miele e gli occhi lucidi, soli.
Io con quel vino dolce nel sangue, e pertanto coraggiosa.
Lui cauto e delicato e forte.
Piovve tutta la notte, e molto, e con fragore.