Guarda quel gabbiano. Lo vedi? Attraversare quello sputo di
cielo e finire via, dietro lo spigolo secco nero di un palazzo.
Che cazzo ci
fa, un gabbiano a Milano? Se il primo mare è a due ore di curve.
Che ci faccio io, per le stesse ragioni.
Guarda me. Mi vedi? Che attraverso la mia giornata come
un’escavatrice, un bisonte, un risciò carico di pane.
Ho movimenti così rapidi
che non ho più una foto che mi ritragga a fuoco.
Eppure, sono qui.
Vent’anni di radici, per quanto le neghi, cominciano ad
essere un bel sprofondare in terra. Un bel stare sotto il cielo. Questo cielo
misero, di fumi, di luci sbagliate, di qualche tramonto.
Pensavo.
Dal primo giorno a perdermi su un tram, a piangere
al telefono seduta su un marciapiede sporco, una sola cosa è rimasta identica:
tu.
Da sotto le zampe impolverate del bisonte, di quanta strada ho sollevato e
rivoltato e fatto a brandelli, l’unica cosa che si salva - impolverata
rivoltata e a brandelli – sono io. Sei tu.
Abbiamo piantato su questa terra due figlie – esagerate, immense, perfette.
Abbiamo colorato una grande casa, e messo ritagli di foto al
muro, lenzuola negli armadi e brocche e tazze e molti libri, tracce di tutto
quello che passa, di tutto il poco che siamo, del pandemonio di umanità che ci
è caduto addosso.
Ci siamo lanciati un milione di spade.
Spade di carta, spade di sposi, povere armi sfinite.
Ma è una ben misera guerra, amore, quella che nasce dalla
stanchezza.
Non ha soldati a sufficienza per farsi forte, e se dura – quando
dura – è solo per stupidità.
Noi siamo due grandi teste di cazzo, due lembi induriti
d’uno stesso orgoglio, ma stupidi no - non lo siamo stati mai.
Così, pensavo.
Invocare tutto il nostro coraggio, tenerlo stretto tra i denti, e non pensare
nemmeno per un istante di non farcela.
Questo, io e te, s’è fatto negli anni.
In questi anni che dire matrimonio è talmente un limite da venir voglia di
cambiargli il nome. In questi anni a cavalcioni del tempo, senza tempo badare,
senza voltarsi, senza dormire, senza tirare il fiato mai.
Guarda noi due. Ci vedi? Attraversare gli anni come il volo
perso di quel gabbiano – dai sedili sghembi di una vecchia cinquecento bianca –
cento rughe dopo – seduti su una spiaggia con lei, e poi lei, e duemila formine
sporche di sabbia.
Mai ci siamo detti, mai mi hai detto: hai mai pensato che non ce l’avremmo
fatta?
Ti rispondo ora: sì.
E mi sono figurata persa e sola.
Ci ho visti persi e insieme e soli e lontani,
finire via. Dietro lo spigolo secco nero di un palazzo.
Non c’è nessuna possibilità che attraversare la vita così – come abbiamo fatto
tu ed io – con l’enormità di amore che ci è costato stare dritti nella tempesta
– non c’è nessuna possibilità che ci abbia resi un uomo e una donna peggiori.
Le otto mani che stringiamo adesso – nessuna, nessuna possibilità – sono tutto ciò che
abbiamo sempre desiderato. Stretto tra i denti, sotto le unghie, dentro lo
stomaco, dietro gli occhi.
Non c’è nessuna possibilità che questo non ci abbia resi migliori.
Quindi, ecco.
Deponi la spada, tu che la nascondi dietro la schiena e la mostri solo alla
faccia buia della mia stanchezza.
Depongo la mia, che brandisco come un videogioco impazzito, incurante di chi la
veda, di chi mi giudichi, di te che guardi.
Prendi queste mani, prendile tutte otto, e stringi più che puoi.
Voglio solo che tu lo sappia.
Che a me basta questo.
Mi basta fare colazione con te.
Ritagliare una foto nuova.
Sapere che la guarderai.
Sapere che lo sai.

