Così,
ce l’ho fatta. Che alla mezzanotte del 24 dicembre ho accartocciato l’ultimo
pacchetto e ho comunicato al mio organismo – tramite circolare neuroisterica –
un sontuoso: mai più.
Nel
momento più sbagliato – nella baraonda pacchiana delle festività natalizie (su
cui non mi soffermo per non incorrere in note a matrioska
davidfosterwallaciane), periodo durante il quale - notoriamente - tutti fumano.
Fuma chi non ha mai fumato – non fosse altro che per fuggire una qualche
porzione di cappone in gelatina – fuma l’alito per il freddo, fumano i camini,
fuma la polenta.
Io –
che sono stupida – smetto. Di botto.
E
collasso.
Mi
figuro da subito in caduta libera lungo un precipizio buio e stretto – tipo
Alice e il bianconiglio – in disperato tentativo di aggrapparmi ai mozziconi
accesi che costellano le pareti, ululo e sbraito, piango e divoro tutto quanto
mi capiti a tiro di bocca: funghi magici, biscottini, capponi in gelatina.
Eppure
– l’ipofisi a secco di catrame mi dice – eppure è un vizietto così innocente.
Delizioso e semplice. Semplice da trovare, semplice da portare in giro, da
usufruire, da nascondere in tasca, da giustificare – ché avrei avuto
motivazioni a secchiate, nel circo paesano del pepperepé vacanziero, per
raccontarmi di doverne accendere una.
Specie ogni volta che ho pianto.
E quella
sera che gli ho gridato in faccia – forte – e dopo non è arrivato un abbraccio.
Eppure,
no.
Due settimane.
Con
il musetto di lei stretto a forza tra gli occhi e la voglia, a convincermi da
solo che no.
Mai.
Più.
Una
promessa è una promessa.
Una promessa ad un figlio è un’incudine di vergogna
appesa un palmo sopra il tuo orgoglio.
Così,
ecco.
Ora sono qui – con uno schermo acceso davanti e i tasti sotto le dita e
il mattino presto appiccicato ai vetri – con il terzo caffè e il cappuccio
d’una bic (non tiro, non succhio, mordicchio e basta) e mi scrivo un’autoapologia
tesa all’elogio sperticato, alla presa di coscienza dell’entità del mio coraggio,
al plauso incondizionato per la forza di volontà che mi pervade e – non ultimo
– alla portata sorprendente (persino per me) dell’amore per le mie figlie.
Chiunque altro, in questi anni, mi abbia chiesto insistentemente di smettere,
ha smesso di essere nelle mie grazie con effetto quasi immediato.
Ne ricordo
uno, in particolare. Disse: non mi piace che fumi dopo aver fatto sesso.
Risposi - poveretto: allora non farai mai più sesso con me.
Comunque.
Potrei
chiudere qui questo ridicolo primo post autocelebrativo, ma qualcosa ancora mi
sfugge.
Tipo. E’ mai possibile che qualunque cosa di buono mi riesca di fare, in questa
vita, segua ad una dichiarazione collettiva o individuale o divina o fatale che suona più o meno: non ce la
farai mai?
Come se il mio smisurato ego – smisurato, sì, e ridanciano
altisonante casinista grasso come un porco – potesse attivare la volontà
necessaria al raggiungimento di un obiettivo difficile solo se sollecitato con
vigore.
Cosicché il dialogo che periodicamente si svolge nel mio cervello suona più o
meno così:
- collettività/singolo/dio/fato: non ce la puoi fare.
- ego: fanculo, certo che sì.
- io: andate a fanculo tutt’e due, che sono stanca.
Fatto
sta che - alla fine - non sapendo da che parte mettermi a vivere, e che faccia
fare, invio la circolare neuroisterica, salto nel precipizio delle meraviglie,
e dopo un discreto sbattimento ne esco vincitrice. A braccia alzate come un
maratoneta, e con la stessa stanchezza nei ginocchi, e con un medio teso e limpido
ben dritto verso il cielo.
Non per il cielo, certo che no.
Per te, che non ci
credevi.
Per
te, che non hai capito.
Per
chi di me ancora deve capire il verso giusto – l’alto, il basso – che c’è. Come
in tutte le cose fragili.
Che
se sbagli ad afferrarmi, io ti cado di mano.
E
non ho cuore che basti agli occhi, per ritrovarmi tutti i pezzetti.
Fanculo,
dai.
L’ego,
la collettività, il singolo, tutt'quant'.
Mai.
Più.