giovedì 23 gennaio 2014

TREFEMMINE

TREFEMMINE è un progetto fotografico che nasce in una grande casa dove vivono tre donne. 
Un anno, quattro anni, trentotto.
Uno scatto, un gesto, moltiplicato tre.

TRE PIEDI SCALZI
TRE LIBRI
TRE CAVALLETTI
TRE PITTRICI
TRE SALTELLI
TRE CREME
TRE MUSICHE
TRE MATTARELLI

giovedì 9 gennaio 2014

UNDICI GENNAIO DUEMILATREDICI


Il nome Anita è un diminutivo.

Quando sei nata, c’era la neve. 
Tu eri piccola come un fiocco. 
Ricordo che ti tenevo tra le mani, e non capivo come potessi somigliare solo a te stessa. Ricordo che pensai: sei piccola come un piccione, e non somigli a nessuno.

Anita è già un diminutivo.
Ti dicemmo, da subito: Titina.

Un anno fa, e c’era la neve.
Nel lungo corridoio vuoto a luci basse e suoni attutiti dalle camere chiuse, odore acre di fiori recisi, tu che avevi poche ore ed io che passando guardavo l’alba, gocciolando latte e sangue, perdendo sonno da tutte le parti: non siamo mai più state così sole, tu ed io. 
Non siamo mai state così straniere, e piene di fatica.

Non ti perdonavo quel calcio – duro, improvviso, un boato di viscere – non ti perdonavo la paura che ho avuto, a spingerti nel mondo in un fiume di sangue. 
Ho temuto per te più di quanto pensavo si potesse temere, per qualunque cosa, in tutta una vita intera.

E tu – da allora – corri.

Decidi per te, per me, con un calcio cambi direzione e corri, e cresci. Dio, quanto in fretta.
Da fiocco di neve, da piccione, in un giro di stagioni sei diventata tu.
Anita.
Non potevo scegliere nome migliore.

Un anno, per mischiarci gli sguardi, e impastarci la stessa carne, le stesse ossa.

Ti ho riconosciuta, infine.
Tu che somigli solo a te stessa, e hai un nome piccolo, e decidi prima di tutti. 
Sei quanto di più simile a me stessa abbia mai guardato. 
Da quell’alba buia a questo mattino, addormentata qui accanto, bella e forte e bianca come una luna di maggio.

Ti ho perdonato mille volte, amore mio.
Titina piccola e grande come nessuna.

E tra le mie mani, adesso, tengo le tue.

lunedì 6 gennaio 2014

DI EGO SMISURATI, DI BIANCONIGLI, DI SONTUOSITA'.


Due settimane.
Così, ce l’ho fatta. Che alla mezzanotte del 24 dicembre ho accartocciato l’ultimo pacchetto e ho comunicato al mio organismo – tramite circolare neuroisterica – un sontuoso: mai più.

Nel momento più sbagliato – nella baraonda pacchiana delle festività natalizie (su cui non mi soffermo per non incorrere in note a matrioska davidfosterwallaciane), periodo durante il quale - notoriamente - tutti fumano. 
Fuma chi non ha mai fumato – non fosse altro che per fuggire una qualche porzione di cappone in gelatina – fuma l’alito per il freddo, fumano i camini, fuma la polenta.
Io – che sono stupida – smetto. Di botto.
E collasso.

Mi figuro da subito in caduta libera lungo un precipizio buio e stretto – tipo Alice e il bianconiglio – in disperato tentativo di aggrapparmi ai mozziconi accesi che costellano le pareti, ululo e sbraito, piango e divoro tutto quanto mi capiti a tiro di bocca: funghi magici, biscottini, capponi in gelatina.
Eppure – l’ipofisi a secco di catrame mi dice – eppure è un vizietto così innocente. Delizioso e semplice. Semplice da trovare, semplice da portare in giro, da usufruire, da nascondere in tasca, da giustificare – ché avrei avuto motivazioni a secchiate, nel circo paesano del pepperepé vacanziero, per raccontarmi di doverne accendere una. 
Specie ogni volta che ho pianto. 
E quella sera che gli ho gridato in faccia – forte – e dopo non è arrivato un abbraccio.

Eppure, no. 
Due settimane.
Con il musetto di lei stretto a forza tra gli occhi e la voglia, a convincermi da solo che no.
Mai. 
Più.

Una promessa è una promessa. 
Una promessa ad un figlio è un’incudine di vergogna appesa un palmo sopra il tuo orgoglio.

Così, ecco. 
Ora sono qui – con uno schermo acceso davanti e i tasti sotto le dita e il mattino presto appiccicato ai vetri – con il terzo caffè e il cappuccio d’una bic (non tiro, non succhio, mordicchio e basta) e mi scrivo un’autoapologia tesa all’elogio sperticato, alla presa di coscienza dell’entità del mio coraggio, al plauso incondizionato per la forza di volontà che mi pervade e – non ultimo – alla portata sorprendente (persino per me) dell’amore per le mie figlie. 
Chiunque altro, in questi anni, mi abbia chiesto insistentemente di smettere, ha smesso di essere nelle mie grazie con effetto quasi immediato. 
Ne ricordo uno, in particolare. Disse: non mi piace che fumi dopo aver fatto sesso. Risposi - poveretto: allora non farai mai più sesso con me.

Comunque.
Potrei chiudere qui questo ridicolo primo post autocelebrativo, ma qualcosa ancora mi sfugge.

Tipo. E’ mai possibile che qualunque cosa di buono mi riesca di fare, in questa vita, segua ad una dichiarazione collettiva o individuale o divina o fatale che suona più o meno: non ce la farai mai? 
Come se il mio smisurato ego – smisurato, sì, e ridanciano altisonante casinista grasso come un porco – potesse attivare la volontà necessaria al raggiungimento di un obiettivo difficile solo se sollecitato con vigore.
Cosicché il dialogo che periodicamente si svolge nel mio cervello suona più o meno così:
- collettività/singolo/dio/fato: non ce la puoi fare.
- ego: fanculo, certo che sì.
- io: andate a fanculo tutt’e due, che sono stanca.

Fatto sta che - alla fine - non sapendo da che parte mettermi a vivere, e che faccia fare, invio la circolare neuroisterica, salto nel precipizio delle meraviglie, e dopo un discreto sbattimento ne esco vincitrice. A braccia alzate come un maratoneta, e con la stessa stanchezza nei ginocchi, e con un medio teso e limpido ben dritto verso il cielo. 
Non per il cielo, certo che no. 
Per te, che non ci credevi.
Per te, che non hai capito.
Per chi di me ancora deve capire il verso giusto – l’alto, il basso – che c’è. Come in tutte le cose fragili.
Che se sbagli ad afferrarmi, io ti cado di mano.
E non ho cuore che basti agli occhi, per ritrovarmi tutti i pezzetti.

Fanculo, dai.

L’ego, la collettività, il singolo, tutt'quant'.

Mai.
Più.