Vedo cadere questa
stella e non so più
cosa desiderare.
Lo vedi, siamo come
cani.
Di fronte al
mare.
(Francesco De
Gregori)
non abbiamo un gran rapporto, tu ed io.
Ti metto nel presepio, ti tolgo dal presepio, finisci
in uno scatolino per il resto dell’anno. Qualche preghiera insieme alle mie
figlie, giusto per spiegar loro che ci sei. Che ci sei stato. Che qualcosa di
bello, in qualche modo, in qualche tempo, hai combinato.
Mi vien voglia di
parlar loro di te come di un rivoluzionario, più che d’un uomo santo. La teoria
dell’evoluzione mal si sposa alla favola della mela e dell’arca e della vergine
che ti partorisce – così che mi ritrovo a barcollare tra piccole bugie e
mastodontici misteri, per convincere la loro giovane curiosità della tua
esistenza – ma ogni sforzo sembra convergere nella domanda più semplice del
mondo: come ha fatto, dio, a fare tutto in sette giorni?
Caro gesù, io mica lo so, come ha fatto.
Tu lo sai, che ho smesso di credere a questa favola
da tempo.
Ho smesso di credere in un sacco di cose.
Ma c’è di buono che – in questo tempo che passa
rotondo e fa rughe di legno sul cuore – ho imparato a credere in molto altro.
Nel tempo stesso, come una ruota panoramica che ti
spinge e ti mostra e ti solleva, finché c’è cielo da girare, finché hai occhi
per guardare.
Nell’età, no, non ho mai creduto. Gli anni che porti non sono che
un numeretto scritto su una cartaccia, noi siamo il vento che la porta dove
vuole.
Credo nella terra, nei semi, nella resurrezione
dell’alba. Credo nell’utero, nel latte di madre, nel ventre scuro che da sangue
si fa uomo, e donna, e promessa.
Nelle promesse, no, non credo più. Non ne
faccio, non ne accetto.
Siamo poca cosa, siamo leoni senza denti, tutti. E le
promesse che facciamo ci si perdono tra le zampe alla prima corsa che ci dica
paura.
Credo ai legami. Di qualunque natura. Nella spinta
sotterranea e potente che avvicina due esseri umani, stringe un nodo da qualche
parte in fondo alla pancia, e li costringe a cercarsi, a mancarsi, a stringersi
forte.
Agli abbracci. Di quanti abbracci ho bisogno, per
salvarmi, ogni giorno.
Non dire mai alle mie figlie, gesù piccolino, che quando
le abbraccio sono io che mi aggrappo per non cadere. Che è il mio, il cuore da
strizzare e tenere al caldo.
Credo alle domande dei bambini, alla rivelazione del
loro intuito, al semplice guardare senza cambiare nulla.
Un dinosauro è un
dinosauro è un dinosauro. Ma viene prima o dopo Noè?
Mica lo so, io.
Caro gesù bambino, più vado avanti, meno cose so.
Come
sbozzare un blocco di marmo, e procedere a piccoli tocchi di scalpello, e
lentamente ne esce una figura, e all’ultimo non rimane che un uomo nudo.
Io
sono quel nudo biancore, con gli occhi sgranati, tutta dura come pietra.
Ma questa letterina voglio che tu la legga.
Ho desideri meno di pochi, ma forti e lucidi.
Più che per chiedere, sai, per conservare.
Gli occhi, ad esempio. Che restino così come me li
hai accesi. Che io abbia sempre qualcosa da disegnare sui vetri appannati dal
freddo.
Le parole. Che mi assomiglino.
Le mani. Che sappiano sempre misurarsi con una
carezza, con una matita, con uno schiaffo. Con una stretta forte e un battere e
levare.
Le solitudini perfette. Le gioie pericolose.
Gli abissi, che sono l’inizio di astri e deserti che
restituiscono la misura ai miei giorni.
L’immaginazione.
L’incanto e la disperazione.
Saper essere madre e saper essere libera.
Sapere il ridere e il pianto, in uguale misura, con
la stessa rumorosa scintilla che libera fuochi grandi come comete.
L’avevi davvero, tu, quella cometa?
A questo ho sempre creduto.
Deve pur esserci, in qualche posto, una luce che ci
passa sopra la testa e ci dice dove andare. Dove ricominciare a nascere, dove
venire a vivere.
Anche se a dirla tutta, gesù piccolino, il più dei
giorni pare d’essere una barchetta di carta presa a schiaffi dal mare.
Ognuno ha la stella polare che può, la cometa che
riesce a immaginare.
Io ho me stessa, e mi basta.
Ma la lettera che ti scrivo oggi, come vedi, è tutta
piena di quello che ho già.
Nessun regalo, sai. Ogni cosa è nata da quello
scalpello, con violenza e con amore. Dal biancore stupito di me.
Tu, conservala.
Tienimi accanto chi mi abbraccia, lascia che si
avvicini chi mi assomiglia, conserva i legami, difendi i bambini.
Così che ci sia sempre una notte di natale per dire maldestre
bugie,
posare un bacio su una guancia accesa, e dire piano:
ora chiudi gli occhi, tra poco arriva gesù.
