venerdì 23 dicembre 2016

LETTERA A GESU' BAMBINO


Vedo cadere questa stella e non so più
cosa desiderare.
Lo vedi, siamo come cani.
Di fronte al mare.
(Francesco De Gregori)
Caro gesù bambino,
non abbiamo un gran rapporto, tu ed io.
Ti metto nel presepio, ti tolgo dal presepio, finisci in uno scatolino per il resto dell’anno. Qualche preghiera insieme alle mie figlie, giusto per spiegar loro che ci sei. Che ci sei stato. Che qualcosa di bello, in qualche modo, in qualche tempo, hai combinato. 
Mi vien voglia di parlar loro di te come di un rivoluzionario, più che d’un uomo santo. La teoria dell’evoluzione mal si sposa alla favola della mela e dell’arca e della vergine che ti partorisce – così che mi ritrovo a barcollare tra piccole bugie e mastodontici misteri, per convincere la loro giovane curiosità della tua esistenza – ma ogni sforzo sembra convergere nella domanda più semplice del mondo: come ha fatto, dio, a fare tutto in sette giorni? 
Caro gesù, io mica lo so, come ha fatto.
Tu lo sai, che ho smesso di credere a questa favola da tempo.
Ho smesso di credere in un sacco di cose.
Ma c’è di buono che – in questo tempo che passa rotondo e fa rughe di legno sul cuore – ho imparato a credere in molto altro.
Nel tempo stesso, come una ruota panoramica che ti spinge e ti mostra e ti solleva, finché c’è cielo da girare, finché hai occhi per guardare. 
Nell’età, no, non ho mai creduto. Gli anni che porti non sono che un numeretto scritto su una cartaccia, noi siamo il vento che la porta dove vuole.
Credo nella terra, nei semi, nella resurrezione dell’alba. Credo nell’utero, nel latte di madre, nel ventre scuro che da sangue si fa uomo, e donna, e promessa. 
Nelle promesse, no, non credo più. Non ne faccio, non ne accetto. 
Siamo poca cosa, siamo leoni senza denti, tutti. E le promesse che facciamo ci si perdono tra le zampe alla prima corsa che ci dica paura.
Credo ai legami. Di qualunque natura. Nella spinta sotterranea e potente che avvicina due esseri umani, stringe un nodo da qualche parte in fondo alla pancia, e li costringe a cercarsi, a mancarsi, a stringersi forte.
Agli abbracci. Di quanti abbracci ho bisogno, per salvarmi, ogni giorno. 
Non dire mai alle mie figlie, gesù piccolino, che quando le abbraccio sono io che mi aggrappo per non cadere. Che è il mio, il cuore da strizzare e tenere al caldo.
Credo alle domande dei bambini, alla rivelazione del loro intuito, al semplice guardare senza cambiare nulla. 
Un dinosauro è un dinosauro è un dinosauro. Ma viene prima o dopo Noè?
Mica lo so, io.
Caro gesù bambino, più vado avanti, meno cose so. 
Come sbozzare un blocco di marmo, e procedere a piccoli tocchi di scalpello, e lentamente ne esce una figura, e all’ultimo non rimane che un uomo nudo. 
Io sono quel nudo biancore, con gli occhi sgranati, tutta dura come pietra.
Ma questa letterina voglio che tu la legga.
Ho desideri meno di pochi, ma forti e lucidi.
Più che per chiedere, sai, per conservare.
Gli occhi, ad esempio. Che restino così come me li hai accesi. Che io abbia sempre qualcosa da disegnare sui vetri appannati dal freddo.
Le parole. Che mi assomiglino.
Le mani. Che sappiano sempre misurarsi con una carezza, con una matita, con uno schiaffo. Con una stretta forte e un battere e levare.
Le solitudini perfette. Le gioie pericolose.
Gli abissi, che sono l’inizio di astri e deserti che restituiscono la misura ai miei giorni.
L’immaginazione.
L’incanto e la disperazione.
Saper essere madre e saper essere libera.
Sapere il ridere e il pianto, in uguale misura, con la stessa rumorosa scintilla che libera fuochi grandi come comete.
L’avevi davvero, tu, quella cometa?
A questo ho sempre creduto.
Deve pur esserci, in qualche posto, una luce che ci passa sopra la testa e ci dice dove andare. Dove ricominciare a nascere, dove venire a vivere.
Anche se a dirla tutta, gesù piccolino, il più dei giorni pare d’essere una barchetta di carta presa a schiaffi dal mare.
Ognuno ha la stella polare che può, la cometa che riesce a immaginare.
Io ho me stessa, e mi basta.
Ma la lettera che ti scrivo oggi, come vedi, è tutta piena di quello che ho già.
Nessun regalo, sai. Ogni cosa è nata da quello scalpello, con violenza e con amore. Dal biancore stupito di me.
Tu, conservala.
Tienimi accanto chi mi abbraccia, lascia che si avvicini chi mi assomiglia, conserva i legami, difendi i bambini.
Così che ci sia sempre una notte di natale per dire maldestre bugie, 
posare un bacio su una guancia accesa, e dire piano:
ora chiudi gli occhi, tra poco arriva gesù.