Sono nata a Genova, trentanove anni fa.
Si comincia sempre così.
Mia madre si è cavata il cuore dal petto per darmi alla luce, serrata e sola
per un giorno ed una notte in uno sgabuzzino da scope – così narra la leggenda
– in un ospedale abbarbicato su uno scoglio a dritta sul mare.
In poche parole sono la protagonista indiscussa d’una vecchia canzone – tu che
sei nata dove c’è sempre il sole/ sopra uno scoglio eccetera – solo che lì
qualcuno ha sbagliato il mese.
Fatta eccezione per una certa mansuetudine iniziale,
erroneamente confusa con abulìa – eri un vaso di fiori che dove ti mettevo
stavi – sono cresciuta in beltà e virtù, secondo tutti i parametri pediatrici e
le tabelle percentili, come testimoniano centinaia di quadernetti ciancicati
dove si registra con maniacale puntualità ogni cacca, pappa e pesata del mio
glorioso esordio nel mondo.
Pare che la prima e principale attività cui mi sia dedicata – appena acquisita
una pur goffa deambulazione ed un vago accenno di coscienza – sia stata quella
di disegnare. Il destino abita i nostri primi anni, li colonizza, e non li
molla più.
Disegnare in maniera forsennata, con ogni mezzo e su ogni
superficie, dimostrando fin da subito abilità prossime all’eccellenza – tanto
da suscitare le grida al miracolo da parte delle suorine dell’asilo. Monache
benedette che mi cavarono d’impaccio ben più d’una volta – un tubetto di
Paperino’s alla fragola ingurgitato per intero, nascosta nell’armadietto dei
cappotti – ma che su consiglio della squinternata nonna materna, presi a
chiamare con appellativi tanto scandalosi da risultare irripetibili. Se penso
al tracollo mistico che ti colse negli ultimi anni – nonnina – non mi par vero
che, allora, tu fossi tanto illuminata.
La prima infanzia è dunque riassumibile in queste poche
parole: contusioni multiple a causa di un’irreparabile incapacità nel gestire
il mio corpo nello spazio, attitudine ad ingoiare sostanze non commestibili e/o
dannose e/o letali, inclinazione al volo di fantasia e alla sua riproduzione
istantanea su carta e/o muro e/o parti del corpo.
La mia posizione nell’ambito familiare cambia
drasticamente con l’avvento di mio fratello: gioiosa palla di lardo allietata
da enormi occhi verdi (gli occhi della mia famiglia tendono ad essere di un
buon 50% fuori taglia rispetto alla media mondiale), nove anni in meno e nove
chili in più fin dalla nascita, cattivissimo, incazzato, dotato di una
dentatura aggressiva e canina. Ben lungi dalla presunta abulìa della
sottoscritta - bensì dotato di una tormentosa vitalità aliena - torna nella
memoria come un troll biondo di due mele o poco più, infagottato nei miei dismessi babydoll hippie, spesso usato come fermaporte nei giorni di maestrale.
I primi impieghi nel contesto familiare variano dai più comuni affaccendamenti intorno
alla naturale entropia di oggetti e piatti e giocattoli, al pigiare l’uva con i
piedi e ubriacarmi con il mosto (prima sbronza a sette anni: il destino abita i
nostri primi anni, li colonizza, e blablabla), a staccare a testate i denti di
mio fratello dalla spalla di qualche ospite, fino a compiti di maggiore
responsabilità come scrivere la sceneggiatura della recita di natale, primo
passo verso una brillante carriera di temi in classe tuttora incorniciati e lustri
in casa della centenaria adorante maestra Bice.
Ci fu un certo tempo buio – così come in ogni storia che si
rispetti – in perfetta corrispondenza con l’ingresso alle scuole medie, trauma
triennale da cui non mi sono mai ripresa del tutto. Innanzitutto la repentina
messa al bando dei miei codini con le ciliegie intorno, degli acquarelli tutti
arcobaleno e farfalle e mammapapà, della fetta di torta fatta in casa – a
favore di nuovi guazzabugli estetici (quanta oscenità hanno concepito gli anni
80, medioevo della moda), diari gonfi come hamburger fitti di uniposca e
adesivi di cioè, sacchettoni di patatine deliziose dove infilare il braccio e
cavare con orrore e gioia un litro di unto e una manina appiccicosa da tirare
sul muro.
In seconda battuta l’impeto ormonale al suo esordio, croce e
delizia d’ogni adolescente, stato confusionale capace di cucinarti a fuoco
lento in un rimestare orrendo di sudori, brufoli e languori, fino al gran
finale – l’apocalisse annunciato, il grande boh, l’evento più atteso e temuto –
il terribilissimo menarca. Che detto così pare una farfalla di graziosi colori,
lo diresti qualcosa di lieve e gioioso, quando invece costituisce l’inizio d’un
calvario lungo una vita: il primo stillare di litri e litri di sangue perduto
per sempre nelle mutande, l’assurda progettazione fallata d’un mancato
concepimento: era necessario liquidare l’ovetto in disuso portandosi appresso
anche tutta la tappezzeria? Ogni mese? Pare di sì.
Ma questa faccenda, quella prima notte in cui godi del
pannolone alto come un bestseller che tua madre ti ha messo con rituale
commossa complicità, questa atroce verità nemmeno la immagini.
Sei femmina. Sei profondamente femmina. Sei una donna. Il
fatto che questo sia per molti versi un limite non ti sfiora nemmeno
lontanamente.
La situazione migliora nettamente appena varcato il portone
del liceo. Fatto un rapido calcolo delle doti in mio possesso, vengo spedita al
classico. Piccola città, piano sopra dell’asilo: non più suore, ma distinti
rappresentanti di comunione&liberazione, capitanati da un prete segaligno e
rigido come un bastone da tende, capace di rivolgerti ringhi sommessi e
rifilarti voti più bassi se non presenzi alla messa mattutina. Io non
presenziavo. E avevo voti bassi nella sua materia.
Non me n’è mai fregato niente, scrivevo temi di tale bellezza
da persuadere l’intero corpo docenti, a botte di 10 e lode in italiano, della
mia validità di studente. Il fatto che oggi abbia tre blog su cui vomitare
parole a periodi alterni – tolto che nessuno sa dirmi se sia una sindrome da
cui si guarisce, o se continuerò a scrivere al vento fino alle soglie della
cataratta – discende direttamente da lì: scrivi meravigliosamente, disegni
meravigliosamente, e blablabla. Per vent’anni di scuole, quali che fossero.
E’
il sistema scolastico, che mi ha rovinata.
A sedici anni, poi, SBAMM. Papà che entra in casa, una bella
sera di primavera, e dice: saluta tutto, ragazzina. Dì ciao ciao alla tua
scuola, ai tuoi amici, al tuo primo fidanzato, ai boy scout, al mare. Metti un
bel cerotto lì dove fa male, prepara la valigia con dentro tutta la tua vita,
ce ne andiamo a Milano.
Tutti? Tutti.
Ora.
Il cerotto – com’è ovvio, com’è nella natura di tutti i
cerotti, figuriamoci uno messo sul cuore con tutto quel battere e levare – se
n’è venuto via che nemmeno ero arrivata a Pavia.
Io ho preso a sanguinare come un maiale appeso, indecentemente e senza ritegno,
e sono andata avanti a farlo per un anno intero. Seduta su un bus lercio
diretto a un nuovo liceo senza preti ma zeppo di marziani, umani evoluti in
forme a me sconosciute, dotati di un linguaggio incomprensibile e di grosse
canne caricate a erba e di istinti sessuali ben differenti rispetto alla
limonata in riva al mare – nascosti protetti dalla schiena rovesciata d’una
barca – che praticavo teneramente con quel fidanzato che ciao ciao.
Sangue e lacrime, a secchiate. Per un anno.
Mi alzavo il mattino, realizzavo che non fosse un brutto
sogno, e annusavo l’aria intorno a me per cercare il mare. Che non c’era. Che
non c’è.
Come un punto cardinale perduto, roba da smarrirsi ogni momento, da sentirsi
soli come cani in tangenziale.
Un anno.
Poi – una bella sera di primavera – entro in casa e strillo: sai che c’è,
giacché son qui – giacché mi ci avete portato con la scusa d’un cerotto che non
valeva un cazzo – io mollo tutto e ricomincio.
Okay, dicono. Che altro potevano dire. Al mucchio d’ossa e fatica che ero.
In due anni, disegnando e fumando ininterrottamente come un impressionista
suicida, ho messo in tasca il diploma artistico. Ho comprato una vespetta
bianca con la predisposizione alle multe già nel numero di telaio, ho mandato a
fanculo i bus lerci e le mani lerce e i pensieri lerci, e me ne sono andata a
Brera. Scoppiettando e fumando come un caminetto acceso.
C’è sempre un punto – una riga – in ogni curriculum che si
rispetti, dove gli eventi prendono improvvisamente a scapicollare con rapidità,
si ammucchiano l’uno addosso all’altro, si tamponano allegramente per dar luogo
ad accrocchi improvvisati di quasi felicità. A vent’anni, io ero questo.
Un incidente di palline da flipper, di bocce, di aquiloni in cielo.
Che un mattino mi sono alzata – nel caos primordiale d’una stanzetta odorosa di
vernice ad olio e gauloises e sandali vecchi – e non ho più pensato a che
brutto sogno stessi sognando. Non ho cercato il mare, solo mi sono ricordata
che no, non era lì. Ho guardato intorno
– dio, il cazzo di casino che c’era in quella camera – e ho trovato
tracce di buono dappertutto.
Amici. Gli stessi che ho intorno adesso, alcuni andati, altri persi nell’eco
d’un comprensibile vaffanculo.
Amore. Lo stesso che ho adesso.
Vent’anni a prendersi e sparire e tornare e abbandonarsi e rincorrersi e
mandarsi al diavolo, finché un giorno non l’ho sposato. E abbiamo continuato a
prenderci e sparire e tornare e abbandonarci e rincorrerci e mandarci al
diavolo, ma lo facciamo con un anello al dito, una casa intorno, molta vita
addosso, qualche ruga in più ed un paio di figlie.
Lavoro. Lo stesso che ho adesso. Quello che risponde
suppergiù alla domanda: cosa vuoi fare da grande? Qualcosa che suona come
giocare.
Mi sono impiegata come titolare unica di me stessa – come unico titolo quello
che le mie mani sanno fare quando s’inchinano al cervello – nel settore
inesistente e tangibilissimo delle faccende d’arte e spettacolo. Da subito, dal
primo passo fuori dal portone con una laurea stupida sotto braccio, mi sono
acquattata tra le assi d’un palco, e ho cominciato a guardare, e poi fare.
Prima guardare, poi fare. E ho fatto di tutto.
Dice mio padre: se penso a te, t’immagino che t’infili in qualche buco
sotterraneo e ne esci carica di roba improbabile, sempre diversa, con cui farai
qualcosa d’immaginifico.
E così ho dipinto elmi di cuoio e corazze di stagno, ho cucito per chilometri
di dita bucherellate – fino a decidere che ci sarebbe sempre stato chi avrebbe
cucito per me – ho disegnato eserciti di cantanti e attori e cialtroni in
costumi d’ogni età – ho impastato tonnellate di cartapesta e incollato ettari
di velina e pasticciato con le resine il silicone lo smalto la gomma, ho
vissuto su una graticcia per un tempo complessivo che è già una vita, ho
costruito totem di immondizia e giganti di cartone e scenografie di stoffa e
legno, sono stata seduta sulla scaletta di un camper a fumare per un totale di
seicentoventinove sigarette, ho raccattato stivali da corazziere e vesti da
regina e stracci da contadini e cappelli ed elmi e caschi d’astronauta e gonne
di crinolina e piume e occhiali e tutù e ancora vasellame secchi scope poltrone
lampade jukebox.
Ho lavorato con tantissimi soldi e con pochissimi soldi. Per
tantissimi soldi e per nulla. Ho incontrato persone meravigliose, e vere e
proprie merde. Le prime, sono diventate parte della mia vita, e non c’è aiuto o
favore che negherei loro nemmeno se mi costasse tre notti di sonno. Le seconde,
misericordiosamente, le ho scartate e superate senza schiacciarle. Mica vero,
che porta fortuna. Lasciarle lì, che si secchino al sole. Sole.
Poco tempo fa mi hanno intervistata. M’è scappato detto che
mi sono sempre vista come un funambolo. Il difficile non è mantenere
l’equilibrio, ché io sul quel filo ci son nata. Il vero casino è non scendere
mai, nemmeno per un istante, dalla quota a cui la tua vita ti ha portata. Quale
che sia la forza del vento e l’impeto degli elementi e il numero di stronzi da
tollerare. Non scendere mai, dal filo dell’immaginazione. Dal giro di vento di
te.
Ecco fatto.
Così sono qui, titolare unica di un’azienda che prevede
cinquantaquattro mansioni differenti, tanto che all’ennesimo tentativo di
comporre un biglietto da visita credibile – che non fosse ripiegabile come
certi depliant da pizzeria o centro estetico – ho riassunto il pandemonio di
cose che faccio in una sola parola: troublemaker. Casinista.
Se ci fosse la voce varie ed eventuali – a questo punto – dovrei scrivere che
ho recitato per cinque anni, ho fatto qualche tournée con il Westfalia bicolore
e la scenografia piegata nel bagagliaio, sono stata Elettra e Mirandolina, ho
cantato e suonato la chitarra in un paio di gruppi rock, ho partecipato a una
manciata di collettive di pittura, ho insegnato a fare quello che faccio in una
scuola che non avrei mai fatto, ho scritto due libri che abitano in formato a4
nel secondo cassetto del comò, ho registrato la mia voce su un pandemonio di
trasmissioni e ciddì e divudì e segreterie telefoniche. Tipo che domani chiami
un amico, e ti rispondo io.
Dovrei scrivere di questo, ma poi fa quell’effetto brutto che si finisce per
pensare: vabè, ma non puoi mica far tutto, tu. Infatti, no. Casinista, ma con
onesti paletti a limitare l’esondazione.
C’è ancora un punto, di una certa rilevanza.
Sono stata impiegata quattro o cinque anni nella premiata ditta fabbricazione
bambini.
Impresa non semplice, oltre le normali aspettative. Un
compito inizialmente preso con una certa leggerezza, vista la prospettiva di
lavorare ad una serie di tentativi notoriamente gradevoli, e complicatosi nel
giro di un amen. Prima di rassegnarmi all’amen, però, ho ricoperto tutti i
ruoli in tutti i reparti dello scibile ginecologico, ho fatto della mia pancia
un tempio in costruzione, la sagrada familia della forza di volontà, la
concretizzazione ormonale dell’umana ostinazione.
Ad oggi, un paio di risultati di eccellenza indiscutibile – non sono disposta a
trovare appellativi differenti – mi confermano che su quell’amen ho sparato una
bomboletta intera di spray blu, e che mi sento in pieno diritto di ricoprire il
ruolo più alto possibile all’interno della suddetta premiata ditta, una roba
tipo amministratore unico del mio apparato riproduttivo.
E posso anche pensare
di tollerare quella faccenda delle uova smesse e della tappezzeria, se – a
conti fatti – serve ad avere intorno due figlie come le mie.
Perché due figlie come le mie, cronologicamente in fondo al curriculum, danno
significato a tutto il resto.
Perché prima di oggi riassumere la mia vita
sarebbe stato impossibile, un guazzabuglio senza filo.
Trentanove anni in due
pagine. Hai visto? Che ci vuole?
L’altro giorno una di loro mi ha chiesto: qual era, mamma, il tuo sogno più grande da bambina?
L’altro giorno una di loro mi ha chiesto: qual era, mamma, il tuo sogno più grande da bambina?
Io le ho risposto: tu.
