Come certe vecchie case di campagna.
Certi grandi casolari di famiglia, lasciati alla memoria degli avi, vissuti per poco e per abitudine, nelle ore abbandonate di un tempo da perdere o da fotografare.
Grosse mura sudate di umidità, spesse e fredde nelle mattine d’inverno, tiepide al sole di lucertole e sterpi e tralci d’uva appassita. Stanze, soprattutto. Vaste come non se ne fanno più da tempo, a piastrelle sconnesse e buchi di muschio, alte finestre crepate di pioggia, armadi fitti di lenzuola e lavanda e grembiuli bianchi, odorose di legna umida e vento di spifferi e camino.
Certi grandi casolari di famiglia, lasciati alla memoria degli avi, vissuti per poco e per abitudine, nelle ore abbandonate di un tempo da perdere o da fotografare.
Grosse mura sudate di umidità, spesse e fredde nelle mattine d’inverno, tiepide al sole di lucertole e sterpi e tralci d’uva appassita. Stanze, soprattutto. Vaste come non se ne fanno più da tempo, a piastrelle sconnesse e buchi di muschio, alte finestre crepate di pioggia, armadi fitti di lenzuola e lavanda e grembiuli bianchi, odorose di legna umida e vento di spifferi e camino.
Case lasciate sole in mezzo alla campagna, a cigolare e
gemere e aspettare, come le ginocchia dure d’un vecchio.
Così, mi prendo tutto quello che sono, il poco o molto che ho
a disposizione, e a quella vecchia casa torno.
All’inizio è buio pesto. Buio nero e schiocchi di giunture,
cardini che sbadigliano, fuggire di piccoli animali e ghiaccio di tubi e
ululare di camino nella contr’aria della strada.
Poi, silenzio.
Gli occhi si abituano all’ombra, la luce dalla porta disegna un rettangolo sulle ossa nere d’una credenza. Uno sciame di polvere affolla quel niente di sole, come non aspettasse che di mostrarsi in un milione di particelle immobili.
Non so da quanto tempo non entravo qui dentro.
Gli occhi si abituano all’ombra, la luce dalla porta disegna un rettangolo sulle ossa nere d’una credenza. Uno sciame di polvere affolla quel niente di sole, come non aspettasse che di mostrarsi in un milione di particelle immobili.
Non so da quanto tempo non entravo qui dentro.
Il fatto che
mi sia tanto familiare, poi, confonde enormemente tutta la faccenda. Come se
solo il giorno prima, tornando da una sigaretta fumata sotto il fico, avessi
messo un bollitore sulla stufa e mi fossi occupata con gesti lenti e svagati di
ravvivare un fuoco da due soldi. Un fuoco da acqua di tè.
Come se ad affacciarmi, ora, dovessi allungare le braccia e
raccogliere un lenzuolo steso.
Molto tempo. Ero altrove.
Sono stata altrove per una vita
intera, tanta la vita che ho vissuta, cercata, trovata, messa nel mondo.
Ricordo benissimo, di averla lasciata. Di slancio, senza
esitazioni, chiudendo in fretta imposte e scuri, porte e cancelli, buttando cenere
e terra e ragni e briciole di pane.
Non rammento di aver dato un’ultima
occhiata, come di congedo, come a dire: tornerò. Avevo già un milione di giri
della terra davanti agli occhi, tanto mi pareva allora la strada da percorrere.
Tanta è stata, nei piedi, nelle spalle, nel pezzo di cuore fatto per correre,
per essere muscolo e basta.
Ricordo solo, con minuzia di fotografia, di aver passato la
mano sul dorso della tavola grande, come a portar via la polvere, o fare una
carezza.
Ho la memoria perfetta di quel legno scabro e tiepido ancora qui, nel
palmo. Anni dopo.
La prima stanza, entrando, è la cucina.
Le finestre si
aprono su una strada di poco conto, appena oltre c’è un campo messo a semenza.
La stufa in un canto, il camino al lato opposto, la tavola nuda e le seggiole
con la paglia dipinta di rosso. Un calendario con una mosca ferma sul numero
ventuno.
Comincio da qui.
Appoggio la mano sulla tavola, e mi riprendo quel gesto.
Spazzo via una briciola invisibile. Accarezzo il ricordo di tutti quei volti,
di un piatto bianco con il bordo d’oro e minuscole rose gialle, di una
damigiana messa a gorgogliare vino lungo cannucce di vetro scuro. Le nespole.
La borragine. Il fiore del glicine dolce e umido da tenere in bocca.
Ero io, quella che si avvinghiava ai fianchi un grembiule
nero, apriva tutte le finestre, metteva una musica da ballare e affondava le
mani nella farina, rimestava lentissimi sughi di carne, e marmitte di ciliegie
da farne marmellate, e triti d’erbe e ripieni odorosi e distese di frolla e
pasta d’uova, bianchi di neve, teglie imburrate, olio dolce di fritti lasciati
riposare.
Sono io.
Anche ora che rovescio una polpetta in padella, con il tempo che mi morde le chiappe, e a sera tardi addento un pezzo di formaggio, in piedi, davanti al frigo.
Sono io.
Anche ora che rovescio una polpetta in padella, con il tempo che mi morde le chiappe, e a sera tardi addento un pezzo di formaggio, in piedi, davanti al frigo.
Gli amici digiunavano per giorni, prima di sedersi al mio
tavolo.
Preparavano tutti i sensi. Io imbracciavo la chitarra e li sfamavo di
tutto.
Apro la credenza e tiro fuori una grossa pignatta di coccio.
Il lavabo è un covo di ragni magri e polverosi. Aspetto che l’acqua risalga gli
intestini del pozzo – calma, aspetta con calma – gorgogliando e ruttando
spruzzi scuri e grumi di terra, e lavo la pignatta a mani nude.
Solo acqua
ghiaccia e mani, fino a che le dita non mi dolgono per il gelo.
Butto un giornale nella pancia sporca della stufa, due
legnetti trovati in fondo alla cassa, provo a dare fuoco.
Dentro la stufa c’è
un’aria come di tomba. Nera muffa di anni, poveri resti, cenere, silenzio. Il
fuoco muore subito, senz’aria e senza voglia.
Calma. Fai con calma.
Vado in cerca di legna secca e brusca, fastelli leggeri di sterpi, un involto leggero di carta asciutta, ben disposti l’uno sull’altro a fare culla al fuoco.
Impiego quasi un’ora, a fare fuoco e caldo nella stanza.
Vado in cerca di legna secca e brusca, fastelli leggeri di sterpi, un involto leggero di carta asciutta, ben disposti l’uno sull’altro a fare culla al fuoco.
Impiego quasi un’ora, a fare fuoco e caldo nella stanza.
Poi, spalanco le finestre. Il fumo vecchio fa due giri sul
soffitto ed esce, lasciando aria di cielo e odore fitto di terra nera.
Luce. Vento. Fuoco. Acqua.
Mi riprendo gli elementi, lontano dalle loro forme quotidiane di lampadine e condizionatori e rubinetti e metano. Lontano dal gesto rapido di consumo, la schicchera nervosa che fa il polso per dare fiamma al gas, mentre il giorno si gira dall’altra parte con un sibilo sordo, che nemmeno te ne accorgi più. Ti volti a spiare il cortile, e le finestre sono già accese. Centinaia d’occhi pallidi socchiusi sulle vite degli altri: gli stessi fornelli, i rubinetti, i lampadari penzoloni sulla sera.
L’avete vista arrivare, voi?
Io ero qui.
A questa finestra, un milione di anni fa.
Ero capace di stare immobile, allora, a guardare soltanto. Quel tipo di guardare che nessuno dovrebbe accorgersi, che contiene centinaia di prospettive, che dagli occhi corre per chilometri incrociando venti forti e montagne.
Luce. Vento. Fuoco. Acqua.
Mi riprendo gli elementi, lontano dalle loro forme quotidiane di lampadine e condizionatori e rubinetti e metano. Lontano dal gesto rapido di consumo, la schicchera nervosa che fa il polso per dare fiamma al gas, mentre il giorno si gira dall’altra parte con un sibilo sordo, che nemmeno te ne accorgi più. Ti volti a spiare il cortile, e le finestre sono già accese. Centinaia d’occhi pallidi socchiusi sulle vite degli altri: gli stessi fornelli, i rubinetti, i lampadari penzoloni sulla sera.
L’avete vista arrivare, voi?
Io ero qui.
A questa finestra, un milione di anni fa.
Ero capace di stare immobile, allora, a guardare soltanto. Quel tipo di guardare che nessuno dovrebbe accorgersi, che contiene centinaia di prospettive, che dagli occhi corre per chilometri incrociando venti forti e montagne.
Comincia da una finestra, quasi sempre. Un quadrante di cielo,
attraversato da una nuvola. Da un cane sghembo. A volte uno stormo di uccelli
bassi, impensieriti dal buio, prossimo a salire dietro le colline.
La sera arrivava con molle bellezza, come una musica. Un
salire impercettibile di suoni, l’accordo naturale degli alberi e degli animali,
la declinazione di luce e ombra, a spartirsi il cielo.
Io, seduta a gambe nude sul davanzale, fumavo e guardavo.
Oltre la strada e il campo a semenze, ben oltre qualunque collina potesse
contenere l’orizzonte.
La sera scendeva, ed io le viaggiavo addosso.
Poteva durare anche un’ora. Non so, non guardavo.
Alla fine sapevo con certezza di avere materiale a
sufficienza per affrontare la notte, scrivere al buio, per sopravvivere a
qualunque notte, a qualunque buio.
Mi sbagliavo, naturalmente.
Mi sbagliavo, naturalmente.
