Hai quattro anni, amore mio.
Hai messo su occhi così
grandi da poter immaginare qualunque cosa, hai fatto spalle tonde e forti da
portare con te tutti i sogni del mondo, hai gambe lunghe e morbide per correre
qualsiasi gioco, ogni aquilone, tutte le farfalle.
Io – che da quattro anni
sono la tua mamma, e ancora me lo devo ripetere a voce alta per fare che sia
davvero tutto vero – ti ho appoggiato tra le braccia, e in mezzo ai piedi, una
sorella.
Appena un anno e mezzo fa, ma ci sembra impossibile ricordare un mondo senza di
lei.
Ora che il tuo tempo è pieno di pensieri reconditi, e di ragioni piccole e
solide, e chilometri di domande che non trovano voce, si accartocciano nel tuo
cuore e ricadono in pianto – ora che so, piccola mia, che tutto capisci e tutto
ascolti, devo chiederti scusa.
Per ogni volta che i miei
occhi si sono distolti dai tuoi e ti ho vista per un attimo fare buio nel tuo
sorriso e sentirti sola.
Per le casette di lego che costruisci con amore, mandate all’aria in un secondo
dalle sue goffe manine.
Per ogni volta che ti ho
chiesto di avere pazienza.
Per ogni volta che ti ho
detto che sei grande.
Per tutti i giri di
cavallino che devi sopportare perché sai che lei adora averti vicina, e non c’è
giostra che le piaccia, se su quella giostra non ci sei tu.
Per il gelato che assaggia
da te, e t'incasina la coppetta con le manine, e te ne ruba sempre un po’
troppo.
Per tutte le volte che mangi
pasta in bianco e prosciutto, mentre io mi affanno a scuoiare conigli da
omogeneizzare per lei.
Per tutte le notti in cui il
suo pianto sveglia il tuo sonno, e non protesti mai, solo – talvolta – ti
rifugi nel lettone per ritrovare i fili di un sogno. Ché le mie braccia, scimmietta, sono ancora l’unico luogo possibile per sognare.
Per ogni volta che tra le mie
braccia c’è lei, e mi stringe forte, e mi vuole tutta sua – solo per un momento –
sei solo mia.
Per quello spazio di tempo che provo a dividere – due perfette metà, due interi
da una sola mamma, due cuori due abbracci due sguardi – ma che a volte scivola
via nel giorno, e ti manca. E ti manco.
Per i pennarelli senza tappo, per i fogli sbavati, per i piedi delle bambole
rosicchiati, per le pagine di libro strappate.
Per tutto quello che finisce sotto il divano e viene rubato dai folletti.
Per i codini tirati, i morsi, le caccole.
Per quel piatto che era tuo,
ed ora è il suo preferito.
Per il rumore quando vuoi
leggere.
Per il silenzio quando
dorme.
Scusa, amore mio.
Scusa se ancora adesso,
quando sei triste o arrabbiata, ti chiedi perché non sei più sola, con me.
Ora te lo spiego.
Un mattino di poco tempo fa
vi ho trovate entrambe in piedi davanti allo specchio.
Vi guardavate.
Tu ti passavi le mani tra i capelli – lucida nocciolina liscia e piena – lei si
osservava attenta e stupita.
Un attimo dopo avete incrociato gli sguardi, sulla
superficie pallida e luminosa dello specchio, e siete esplose in una risata di
campanelli.
Devi sapere, bambina, che in quel momento io – che sono la vostra mamma –
ho avuto la certezza che tutto andava bene.
Che da quel primo giorno in cui ho posato lei tra le tue braccia, minuscolo
uccellino accoccolato nella tua morbida stretta bianca, tutta la bellezza di
cui sono capace – di cui mai sarò capace – si è compiuta.
Perfetta, tonda come la luna, pura e gonfia,
enorme. Enorme.
Avevate lo stesso sguardo, in quello specchio.
Sguardo grigio – dove li
prendete gli occhi, figlie? – lucido e mobile, fondo, liquido, intelligente. E
pieno d’amore.
Avete gli stessi occhi, e quegli stessi occhi muoverete sul mondo, da qui a
sempre.
Con me, e senza di me.
Vi accompagnerete nelle
domande, saprete qualche risposta, vi consolerete con un nulla, vi stringerete
se ci sarà vento, se farà freddo, vi appoggerete l’una all’altra ogni volta che
mancherà la forza, e saprete dirvi ogni bene, del bene che vi vorrete.
Avrete notti per fare tana sotto un plaid e raccontarvi storie di gatti e
folletti e mongolfiere, pomeriggi di sole e sudore sulle biciclette, mattine di
mare e sabbia da non voler più andare via, e palle di neve e pupazzi e
slittini, nascondigli segreti e segreti e ancora segreti, promesse che durino
tutta la vita, sonni fondi abbracciate vicine, amori da dirvi sottovoce che
nessuno lo sappia.
Avrete giorni di voi adulte, forti e belle e cocciute come siete, sarete insieme a dar la caccia al futuro, e metterete fretta al tempo, perché somigli sempre più al vostro tempo.
Avrete giorni di voi adulte, forti e belle e cocciute come siete, sarete insieme a dar la caccia al futuro, e metterete fretta al tempo, perché somigli sempre più al vostro tempo.
Sarete grandi, come me, meglio di me, un giorno.
Sarete due sguardi che
s’incrociano, e ridono forte.
Ecco, bambina.
Ecco cos’è accaduto, quel
mattino in cui ho messo lei nelle tue braccia.
Da lì, è cominciato il vostro amore.
Perciò, scusami.
Ma ho fatto per te la cosa
più grande di cui fossi capace.
E tu – piccola donna piena
di grazia – non dimenticare nemmeno per un attimo, per un solo sguardo di
solitudine, che sarai sempre la mia prima figlia.
Il primo battito che ho
sentito nella pancia.
La prima tutina minuscola messa ad asciugare al vento.
Il primo pianto altissimo
fuori di me, le mie lacrime e le tue.
La tetta e il latte.
Il profumo dolce aspro della
tua nuca nuda.
La prima volta che mi hai
chiamata mamma.
Sei tu la prima.
Non dimenticarlo, mai.
